La prima volta che la vedo è alla scrivania piena di foto grandi quanto lastre radiografiche: il sole di una mattina primaverile ravviva un incarnato pallidissimo ma non può illuminare ulteriormente la sontuosa figura di Natasha Gelman circondata di orchidee.
Le foto sono le prove stampa dei quadri di Diego Rivera, tra cui il Retrato de la señora Natasha Gelman è il cavallo di battaglia dell’imminente mostra al Palazzo delle Esposizioni e del nostro catalogo. La scrivania era occupata fino a due settimane fa da Loredana, una redattrice con trent’anni di esperienza che dopo molti mesi di stipendi pagati in ritardo è andata fuori di testa: ci ha piantato dalla sera alla mattina, all’editore che cercava di trattenerla ha opposto una risata oscena e si è sbattuta la porta alle spalle svanendo dietro una nuvola di intonaco – Loredana Guglielmini, uno dei pochi sguardi in grado di distinguere un Beato Angelico da un Beauneveu mettendo a confronto le grane d’oro sulle aureole dello stesso santo: a molti chilometri da qui se la litigherebbero a pacchi di sterline; l’immensa palude pontina della capitale la costringe invece a casa, in attesa che il solito peggior offerente le telefoni per un nuovo incarico.
L’incarnato da emofiliaco alla corte dei Romanov appartiene infine a Lara, la nuova arrivata. Spalle strette, occhi color nocciola, un lungo vestito da notte degli Oscar intorno a un corpo non più vecchio di trent’anni, decisamente troppo per una costretta a sbarcare il lunario insieme a noi. La interrompo nello spoglio dei cromalin e mi presento. Sono quello che qui dentro evita alle falle di imbarcare troppa acqua׃ gestisco l’ansia delle galleriste, assicuro al tipografo l’imminenza di un bonifico che l’editore aveva già promesso il mese prima, robe del genere. Lei mi guarda come scherzassi e mi domanda quando andiamo in stampa. “Tra quattro giorni”, dico. Lara sgrana gli occhi׃ “ma è impossibile… solo per controllare tutte le immagini e le didascalie ci vorranno minimo due settimane!” La rassicuro sul concetto di impossibile׃ se avesse diritto di cittadinanza tra queste pareti, avremmo chiuso da molto tempo.
Nei giorni successivi la osservo lavorare sul catalogo׃ passa al retino i capolavori di Rivera, controlla i testi delle didascalie aiutandosi con un manuale sui muralisti messicani, impazzisce davanti alla fotocopiatrice, manda e riceve fax con uno stato d’animo da re d’Italia in attesa di una minuta da Caporetto. Dopo il secondo giorno inizia a saltare la pausa pranzo. Dopo il terzo resta chiusa in redazione fino alle due del mattino. Emerge infine tra posacenere congestionati con il file definitivo׃ grossi solchi intorno agli occhi e la pelle quasi trasparente. Un’impresa, d’accordo, ma Loredana ci avrebbe messo la metà del tempo, avrebbe fatto a meno del manuale di storia dell’arte e la profondità delle sue occhiaie avrebbe riso dell’impresa. Le metto una mano sulla spalla. Dico׃ “sei stata bravissima”. E poi la invito a cena. Prima di uscire passo dalla stanza dell’editore׃ “la nuova arrivata non promette male”, gli comunico. Lui scarta un bastoncino di liquirizia e mi risponde sorridendo׃ “non è per questo che l’abbiamo presa”.
La porto in un postaccio della Garbatella che sono certo non conosce neanche per sentito dire. Spolvero antipasto, tagliatelle al sugo di cinghiale e poi mi attacco con tutte e due le mani all’osso della bistecca. Come con ogni nuovo arrivo, faccio da nave scuola tracciando il profilo dei nostri compagni di lavoro: l’ufficio stampa con problemi d’insonnia, il magazziniere con la fissa delle corse d’auto, l’addetta al commerciale capace di risparmiare sugli spilli. Mi guarda con i suoi grandi occhi color nocciola, mangia lentamente, ripulisce la fiorentina senza mai staccare le dita dalle posate. Ha un talento naturale per ristabilire le distanze: i camerieri, che di solito qui dentro si prendono con i clienti confidenze postribolari, al suo cospetto si trasformano in corazzieri del Ritz. Quando le domando di raccontarmi un po’ di lei è gentilmente, assolutamente evasiva. Riesco solo a farmi dire che fino a pochi mesi fa organizzava le mostre per la Neue Galerie. “E poi ti è scaduto il contratto?”, domando. “No”, risponde, “…e poi mi sono licenziata”. Il che mi lascia stupefatto: cosa può avere spinto questa ragazza a lasciare un posto come la Neue per una casa editrice che affonda nei debiti?
Venerdì mattina scoppia un gran casino. Il nostro referente al Palazzo delle Esposizioni dice che bisogna spaginare e rifare le pellicole: tra i testi del catalogo manca l’intervento di un noto critico d’arte. Al telefono obbietto che nessuno ci aveva avvisato. Lui urla che siamo dei peracottari, qualcuno (non dice chi) ci aveva sicuramente trasmesso il testo. “Ve lo sarete persi”, aggiunge – il che, penso, può essere anche vero. Infine, quasi sogghignando, mi comunica che o facciamo come dice lui oppure il famoso finanziamento della Comunità Europea ce lo possiamo scordare. Mi precipito dall’editore: “lo stronzo ci ha messo con le spalle al muro”, dico agitatissimo, “dobbiamo rifare tutto daccapo”. Ma lui, l’editore, è uno che non perderebbe la calma nemmeno davanti a un’istanza di sfratto. Raccoglie una matita e comincia a temperarla: “vallo a trovare al Palazzo delle Esposizioni”, pausa, “e portati la ragazza”. “Che c’entra adesso…” “Fa’ come ti ho detto”, mi interrompe.
Faccio come dice lui. Vado al Palazzo delle Esposizioni insieme a Lara. Nel suo ufficio, il nostro referente per la Comunità Europea ci accoglie come noi facciamo al ristorante con i venditori di rose. Ma poi Lara si presenta e lui impallidisce. Tutto si ribalta nel giro di due minuti. Il notabile ora si spezzetta nei complimenti, mi offre un caffè, apre un cassetto e tira fuori una mazzetta di fogli colorati: due abbonamenti per le partite della Roma. Sussurra: “accettate questo piccolo presente”. Infine dice che il catalogo va benissimo così: manca il pezzo del famoso critico, ma in fondo chi se ne fotte? Dieci minuti dopo, sulla lunga gradinata del Palazzo delle Esposizioni, Lara scoppia a piangere: “è stato lui a dirti di portarmi con te, vero?”, dice fra i singhiozzi alludendo all’editore. Abito a Roma da cinque anni, un tempo sufficiente per riconoscere i brevissimi momenti in cui crolla la scenografia. Così le prendo la faccia tra le mani e la bacio.
“Adesso lascia che ti spieghi come stanno i fatti…” Sono le dieci di sera. La camera da letto di Lara farebbe morire d’invidia l’ambasciatore d’Inghilterra: due Motherwell uno di fronte all’altro e, sul grosso comò al lato della porta, una scultura in equilibrio di Lynn Chadwick. Le altre stanze non sono da meno, per non parlare dell’orgia di Bernini e Borromini il cui spettacolo si può ammirare gratuitamente dalle finestre. Mi parla del suo problema, un dramma già mimato dallo sfarzo dell’appartamento. “Lascia che ti spieghi come stanno i fatti”, dice. E mi racconta della sua vita alla ricerca di un’identità. Viene da una delle famiglie più potenti e blasonate di Roma: nel suo albergo genealogico ci sono cardinali, primi ministri, palazzinari, banchieri, amministratori delegati. Al liceo nessun professore si sarebbe mai preso la responsabilità di bocciarla, lei stava molto sui libri ma avvertiva il problema, se fosse stata una studentessa svogliata o poco intelligente nulla sarebbe cambiato. Quando ha iniziato a lavorare è stata la stessa cosa: porte spalancate ovunque, prima ancora di bussare. Ecco perché si è licenziata dalla Neue, cercava un posto in cui nessuno sapeva chi fosse. Solo che a Roma è impossibile, dice, una melassa velenosa lega tutto a tutti e nel suo caso questo significa non poter mai sapere quanto si vale veramente, “a patto che io valga qualcosa”, sussurra. Vuole sapere di Loredana. “Era bravissima”, dico, “nel suo lavoro, la migliore di tutta la città”. Mi domanda se secondo me potrà mai diventare come lei, anche lavorando giorno e notte per un anno intero. Come antidoto alla schietta ipocrisia che domina la città, mi sono ripromesso la spietatezza almeno con le ragazze con cui vado a letto. Le dico che non è solo questione di talento o di fatica ma di ponti bruciati: dovrebbe come minimo farsi diseredare, cambiare casa e certificato anagrafico, e poi ricominciare daccapo. Altrimenti no, mi dispiace, non potrà mai arrivarle neanche all’altezza dei polpacci.
Alle sei del mattino, tornando a casa, sono fermo nel traffico dell’Appia Nuova. Gas di scarico e muri di lamiere anche a quest’ora. Guardo l’ingorgo e penso a Lara, penso a Loredana: ci sono posti che, con molti sforzi e con molta fortuna, ti permettono di diventare te stesso. Altre città – più vecchie, più stanche, più tiranniche – ti costringono al loro stesso destino. Come l’ambra con le mosche.
Il guidatore di un autocarro pieno di frutta ha un crollo nervoso dopo l’ennesimo semaforo andato a vuoto: raccoglie dal vano di carico tre angurie e le scaraventa sull’isola pedonale. Un cane si avvicina ai grossi frutti spappolati, annusa, lecca e se ne va. Qualcuno intorno ride. Per gli altri automobilisti, è come se la scena non fosse mai esistita.
Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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