(fotografie di Masiar Pasquali)

di Mario De Santis

Aveva ragione il presidente della Fondazione Piccolo Teatro di Milano Piergaetano Marchetti a definire, al termine della prima di “Miracolo a Milano” – il nuovo lavoro come regista, di Claudio Longhi che del Piccolo è anche direttore artistico – “una serata storica”. Non solo per il teatro, il primo stabile d’Italia, ma anche per la città, proprio nel momento in cui forse qualcosa sta perdendo, definitivamente. Su questa nuova produzione poggia e quasi incombe una vertigine di questioni tra dentro e fuori il palco.

La città di Milano sta attraversando un’ennesima trasformazione e un dibattito nazionale acceso l’ha messa al centro come modello di città in cui confliggono l’ambizione ad essere una città globale, ad intercettare i mutamenti dell’economia internazionale, a trasformarsi dal punto di vista urbanistico, ma cedendo ad antichi e nuovi mali: corruzione, speculazione edilizia, divario sociale, sfruttamento. Un “dietro le quinte”  dello splendore dei grattacieli e della vivacità culturale, o degli eventi (le “week” milanesi quasi ormai un meme social).

A Milano si mescolano immigrazione irrisolta e l’arrivo come neo-residenti di circa centomila stranieri con redditi sopra il milione di euro. Esplode l’overtourism (terza città più visitata dopo Roma e Firenze a rischio neo-disney di cliché) e il tessuto sociale di Milano dalle fasce in difficoltà al ceto medio, finanche la piccola impresa, soffre la mutazione. Una delle conseguenze più visibile è l’emergenza abitativa, l’ombra dei boschi verticali.


Proprio la casa è il gancio che Claudio Longhi ha scelto tornando alla storia che Cesare Zavattini trasformò in sceneggiatura dal uso romanzo “Totò il buono” (e nella sua mente Antonio De Curtis ne era il corpo-personaggio) e adattando il film di Vittorio De Sica  del 1951. Un omaggio, ripercorrendo e citando il film come canovaccio, con le atmosfere da  neorealismo magico  di queste avventure di un pinocchio metropolitano,  trovato sotto un cavolo da una vecchina fatata, calato nella realtà di povertà del dopoguerra, fatta di baracche, periferie desolate,  tra immigrati e milanesi senzatetto, che collidono con la città frenetica del pre-boom, la sua borghesia nevrotica ed elegantona, gli operai delle fabbriche e il sottoproletariato che campa di espedienti,  le prime della Scala,e Maria Callas, ma anche Sanremo e Nilla Pizzi, le signorine eleganti e le  “segretarie secche” e che tanto colpivano il toscano Luciano Bianciardi (arrivato nel 1955 a Milano che ne “La vita agra” definisce però quel miracolo “balordo”). 

Longhi ha utilizzato spesso come fondo della scena, creata da Guia Buzzi  – usando spesso il velino in proscenio –  le immagini del film che, grazie alla fotografia di  G. R. Aldo, creavaspesso veri e propri quadri alla Sironi (la scena del funerale su tutte) o spazi alla De Chirico, creando un malinconico 3D analogico, in cui gli attori, una quarantina in tutto sul palco dello Sthreler, si immergono letteralmente.
 Sulla traccia narrativa del film, la trasposizione teatrale dello scrittore Paolo Di Paolo con l’apporto come dramaturg, di Lino Guanciale con Corrado Rovida, accumula poi una notevole stratificazione di rimandi e citazioni non solo teatrali, ma letterarie e pop, da Sanremo a Gadda e Testori, dall’opera lirica alla radio e al giornalismo d’epoca, (si direbbe siano troppi, ma in realtà nessuno in sé sarebbe superfluo) con elementi di narrazione, spiegazione sociale sull’Italia di ieri e di oggi.

Ne esce uno spettacolo di accumulo, di tre ore e più, risolto come un musical (la musica è spesso presente e con le scene corali, creano però una eccessiva concitazione fisica, che col tempo spero si strutturi). Si intuisce da alcuni salti nel secondo tempo che ci sono stati anche tagli a una durata in origine forse  “alla Ronconi” ( di cui Longhi non a caso è stato allevo e collaboratore). Gli interpreti dei personaggi principali sono tutti bravi e rodati, plauso per loro anche al fatto che interpretano più ruoli (Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero) con in testa Lino Guanciale protagonista nel ruolo di Totò (ogni tanto con movenze di marionetta – il De Curtis che intuì Mejerchol’d senza conoscerlo) correndo molto, dentro e fuori il palco, perché lo spettacolo iniziava già prima, fuori dallo Strehler, e per continuare anche nell’intervallo con siparietti a tema.

Un vero mattatore, non solo per il coinvolgimento autoriale, ma come collante di tutto. Una prova fisica importante, a cui si aggiunge lo sforzo delle molte battute in milanese (che nel film Francesco Golisano dice in italiano, se non qualche esclamazione, anche perché era siciliano). Scelta di Longhi, richiamo soprattutto testoriano, che coinvolge anche gli altri attori, perché “la questione della lingua” è la modernità italiana che nasce di fatto a Milano – da Manzoni in poi. Era inevitabile, va però rodata meglio, da un lato c’è una certa perdita di naturalezza, alterando in certe tonalità in “cliché del milanese” un po’ urlate o gutturali. Difetto che coinvolge soprattutto i quasi trenta allievi e allieve della Scuola di Teatro del Piccolo, generosi e freschi, che hanno necessità di trovare – c’è tempo fino al 1 aprile ultima replica – un calibro recitativo, meno muscolare e di gola). Dall’altro la scelta di Guanciale è portare il linguaggio di  Testori (che pure ha interpretato) su un piano di lievità, non tragico.

Non a caso il gioiello vero, da questo ma direi da tutt i punti di vista, diamante iper-storico dello spettacolo, è la presenza di Giulia Lazzarini. Non è solo la recitazione,  perfetta. Novantuno anni, attrice culto di Strehler, di Ronconi, milanese doc di Lambrate, che da adolescente andava a guardare tutti i giorni il set di De Sica, Lazzirini è un’apparizione. La sua presenza come Lolotte è magica ed è puro teatro di incanto (l’impressione è che certi inserti di figure femminili, le “sciùre” al parrucchiere o l’annunciatrice radio, a dire il vero pleonastiche, siano un modo per citare la leggiadra Winnie di “Giorni Felici”, o l’anima leggera di Ariel della “Tempesta”). È il momento performativo assoluto di un’operazione in cui anche il Piccolo, che, vuole mettere in discussione Milano, un po’ celebra sé stesso (anche se poi resta a sua volta limitato nel gioco di rispecchiamenti).

Complessivamente la macchina scenica funziona, è serrata, seguendo il film, trasforma questo “Miracolo” longhiano in un misto tra musical brechtiano e varietà ipermediale. I tanti elementi della storia del Piccolo, fino all’uso degli allievi, mostrano quel labirinto. Come se il Piccolo serrasse le fila.  O è arrocco? Difesa di un baluardo, dell’istituzione (ma quindi anche della Milano di oggi?) in questa Italia meloniana che nel frattempo è colonizzata dal “per sempre sì” di Sal Davinci? Già Antonio Latella poneva domande con “Zorro”,  storia di senza dimora anche quella, puntando il marcatore GoogleMaps, sull’entrata luminosa del Piccolo di via Rovello e il dito degli attori-zorro verso gli spettatori: “c’è un povero in sala?”.  Latella oggi dialoga a distanza (con scelta di rigoroso espressionismo onirico di regia,  con “Angeli dello sterminio” opera in exitu vitae di un morente Testori del 1992, l’anno in cui Milano cadde per Tangentopoli).

 Il Piccolo, che inaugurò con “L’albergo dei poveri” di Gorki nel 1947,  è oggi il teatro di quale Milano? Di quali milanesi?  La borghesia liberale e progressista, o col cuore in mano del Cardinale? O quella della speculazione edilizia ed economica? Perché il Piccolo non esiste senza Milano, a tutti i livelli. Ma in un certo senso l’operazione-Miracolo sembra anche definire una separazione e un’incompletezza, privilegiando il suo recinto. Proviamo a immaginare una versione fatta “fuori” con una provocazione: alcuni registi europei, che tra l’altro  sono di casa a Milano proprio grazie allo sguardo ampio di Longhi direttore, come  Kornél Mundruczó, Milo Rau, Lucaz Twarkowski magari avrebbero coinvolto in scena senzatetto reali, non allievi attori, collaborando con il volontariato cittadino, o forse avrebbero portato gli spettatori all’aperto, magari al Bosco di Rogoredo, o altri iperrealismi della  Histoires du théâtre recente.

Sicuramente c’è una volontà da parti Longhi e degli autori, di denuncia delle contraddizioni di Milano, ma non bastano le schegge di attualità e le intenzioni sinceramente civili, per un graffio etico ed estetico completo.  Anche il Piccolo finisce per essere involontariamente roccaforte come un po’ lo è stata Milano, città-stato liberale e progressista, anche nei primi anni Duemila, assediata dal populismo. Milano che però sempre meno riesce a governare la società che ribolle, le contraddizioni,  e il capitalismo che la abita. Se “Miracolo a Milano” con l’omaggio a De Sica, vuole gettare luce sulla città di oggi, eredita di quel film il “troppo” del tono elegiaco. Senza ripetere le rigide obiezioni ideologiche di allora a De Sica – si disse che fu la fine del neorealismo politico – la questione di una società che fa spettacolo di sé torna rinnovata, tra nuova persuasione di massa (anzi ipnosi) dentro un “realismo capitalista” post-900, senza alternative. fenomeni ciclici, certo. Sul piano della canzone, il milanesissimo Eugenio Finardi prima cantò la “musica ribelle” che diceva di “mollare le menate e metterti a lottare” poi anni dopo chiese all’ “extraterrestre” di essere portato via.

Come lo diventano Totò, Edwige e gli altri nella scena delle scope volanti – emulati nell’ ET di Spielberg – semplicemente se ne vanno, come i milanesi dalla città inaccessibile, o gli expat al’estero (ma “gli arrabbiati restano” cantavano invece gli Area, milanesissimi pure loro). Longhi e Di Paolo evidenziano del film di De Sica spunti  – su tutti la scena della fame di “cose”, di beni, di possesso, che i poveracci chiedono alla Colomba miracolosa di Totò – che anticiparono quello che vent’anni dopo Pasolini lamenterà dei suoi ex-baraccati romani, di essersi omologati al benessere. E anche in questo Milano era in anticipo. Oppure l’emergenza abiativa: fa impressione leggere il Corriere della Sera di allora: “Chi costruirà le case della povera gente?” che nel testo si fa battuta dell’irresistibile palazzinaro Mobbi-Pirrello che risponde: “Dobbiamo costruire per i ricchi” che è quel che accade oggi.

Già, e oggi come è Milano e come guarda sé stessa dal filtro del Piccolo? Il miracolo fu il boom, gli anni ’60, nella dialettica anche conflittuale di lotte e progressi di classi sociali, tra operai, imprenditori, media borghesia,  attraverso le libertà e le scelte degli individui, con una trazione femminile importante anche nelle ambivalenze dell’emancipazione economica (la Rinascente e la “Ragazza Carla” di Pagliarani, o certi personaggi di Franca Valeri, che ci sarebbero state bene nel dipinto bruegeliano di Longhi). Miracolo a Milano versione 2026 è dunque interrogazione, ma anche certificazione della fine di un percorso del XX secolo, per avviarne una diversa era in cui la globalizzazione e la finanziarizzazione globale dell’economia, stanno stritolando una città che non ha saputo rinnovare quella storia novecentesca. Non è obiezione passati sta, infondo si spera che anche gli attriti di un’operazione siano scintille di pensiero.

E allora proprio gli spettatori del Piccolo, l’abbonato tipico, il ceto medio, la borghesia milanese, l’unica in un paese di troppi arricchiti incolti, ne è sempre stato privo (il “senza” di Arbasino) o ciò che ne resta, si specchia nel “Miracolo 2026” con qualche lacrima e orgoglio, dentro la scatola magica, con uno spettacolo che riflette un declino perché trasmette un’idea di nobile archeologia, nel richiamo a volori che diventano il   “C’era una volta” di oggi(mentre quello di De Sica era favola di speranza). La Milano che è fuori non ascolta il suo cuore. Se è “città che sale”, lo per i “torracchioni”, i  grattacieli di trenta piani  come cantava Celentano (anche lui ci sarebbe stato bene).L’operazione “Miracolo a Milano” è tuttavia importante, lo testimonia anche il corredo notevole di iniziative, incontri e dibattiti correlati allo spettacolo. 

Longhi-Orfeo forse nel voltarsi all’indietro per amore, riflettendo antiche virtù milanesi (l’ottimismo della volontà) non la mette troppo in discussione. Andava usata più ferocia. Mostrare la Milano-Euridice che dissolve quel volto che fu. Sempre vicina all’Europa ma per condividerne oggi la decadenza di un modello sociale e politico (democrazia compresa) con i suoi valori liberali irrisi dal populismo globale, quello che adora – dal basso – tecnocrati e autocrati. Le cose sono cambiate rapidamente nel mondo e Milano è spinta da quel vento di accelerazione che non è progresso. Il Piccolo è un riparo, ma la parte di città che ha fiducia nella cultura, dovrebbe risvegliarsi e accettare il fatto  che terminato il suo miracolo di pani e pesci moltiplicati nel ‘900, ora anche quelli stanno passando nelle mani di pochi. Che li venderanno ad altri pochi, a caro prezzo. Per tutti gli altri, ceto medio compreso, ci sono i modelli-rider e modelli-amazon, che consegnaneranno anche nel no-where, fuori dalla città, dove abiteranno sempre più i futuri milanesi “senza” Milano. 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati