Marco Belli racconta dodici anni di Elba Book, il festival che ha fatto dell’editoria indipendente e del Mediterraneo un laboratorio culturale. Dopo l’edizione 2026, il progetto si prende un anno di pausa.
Ogni isola modifica il mare che credevamo di conoscere. Da siciliana pensavo di sapere cosa fosse il Tirreno. Poi ho cominciato a frequentare l’Elba, ospite di Elba Book, un festival che rappresenta, da dodici anni, un laboratorio permanente intorno all’editoria indipendente, alla traduzione, al Mediterraneo e all’idea che la letteratura possa ancora essere una forma di cittadinanza. Torno qui da tre edizioni e ogni volta ho l’impressione che il viaggio cominci molto prima dell’approdo, lo capisco nel modo in cui il mare cambia ai miei occhi.
Dicevo, da siciliana il Tirreno che conosco è quello delle Eolie, ha una luce vulcanica, profonda, un paesaggio che ha sempre l’impressione di nascere sono gli occhi di chi lo guarda, nel momento stesso in cui lo guarda; porta con sé il respiro aperto delle isole che sembrano galleggiare nel vuoto. Quello dell’Elba, invece, è un Tirreno diverso. Più raccolto, minerale, attraversato dalla memoria dell’estrazione, miniere, granito. Basta arrivare al Lago Rosso perché il paesaggio sembri contraddire ogni idea convenzionale di natura. L’acqua assume il colore dell’ematite, le pareti raccontano secoli di miniere, come se la montagna esponesse in bella vista il proprio sistema circolatorio. Poco distante, a pochi metri dalla riva, davanti a Pomonte, un relitto continua a ossidarsi lentamente sotto la superficie, è l’Elviscot, un mercantile naufragato nel 1972 presso lo scoglio dell’Ogliera, oggi visibile facendo semplice snorkeling. È un’immagine che mi torna spesso alla mente durante i giorni del festival: la cultura, come il mare, conserva. Nulla scompare davvero, ma cambia forma, sedimenta e riaffiora.
Forse è anche per questo che Elba Book non ha mai dato l’impressione di essere un semplice festival letterario estivo. In un panorama spesso dominato dalla presentazione del libro come rito promozionale, qui la letteratura continua a essere trattata come una pratica pubblica. Non soltanto un oggetto da raccontare, ma uno strumento attraverso cui leggere i territori, le trasformazioni sociali. Viene in mente ciò che scriveva Predrag Matvejević in Breviario Mediterraneo: che il mare non è una geografia, ma una stratificazione di civiltà. Elba Book sembra partire dalla stessa intuizione: un’isola non è un margine, è un punto di osservazione.
Il titolo di questa edizione – che si è svolta a Rio nell’Elba dal 21 al 24 luglio – è stato Naviganti. Navigante è colui che accetta l’incertezza della rotta (anche in tempi di gps, il mare continua a concedersi il lusso dell’imprevedibilità), attraversa confini senza ridurre la complessità del mondo. Dodici edizioni sono abbastanza per costruire una tradizione, ma anche per interrogarsi sulla sua necessità. La sensazione, quest’anno, era che ogni incontro fosse attraversato da una domanda silenziosa. Non quella, banale, sul futuro del festival, ma sul significato stesso della durata. Continuare non coincide sempre con il ripetersi. Talvolta la fedeltà a un progetto passa attraverso un’interruzione, un tempo di sospensione che impedisce alle pratiche culturali di trasformarsi in abitudine.
In questo senso la dodicesima edizione ha avuto il carattere dei finali che non chiudono davvero, ma preparano un’altra sintassi. Una pausa, più che un epilogo. Del resto, ogni navigazione conosce il valore dell’approdo soltanto perché conosce quello della ripartenza.
È da questo punto della rotta che nasce la conversazione con Marco Belli, direttore artistico di Elba Book: un dialogo sul Mediterraneo come spazio politico e culturale, sulla bibliodiversità come pratica democratica, sul rapporto tra un festival e il territorio che lo ospita, e sul significato di fermarsi proprio quando sembrerebbe più naturale continuare.
Il tema di quest’anno è stato “Naviganti”, ma il programma ha suggerito che il Mediterraneo non sia soltanto uno spazio geografico: è un archivio di conflitti, di lingue, di approdi e di responsabilità. Quanto è stato importante costruire un festival in cui la letteratura non osserva il presente da lontano, ma sceglie deliberatamente di attraversarlo?
Abbiamo scelto il tema Naviganti perché ci sembra una parola capace di raccontare il nostro tempo e, allo stesso tempo, di indicare una direzione. Essere naviganti oggi significa attraversare un mondo complesso, segnato da guerre, migrazioni, cambiamenti climatici, rivoluzioni tecnologiche e profonde trasformazioni sociali. Il Mediterraneo, da sempre al centro della storia di Elba Book, è il luogo simbolico del nostro viaggio che attraversa la domanda attorno alla nostra cittadinanza che oltre essere italiana ed europea, crediamo sia anche e soprattutto mediterranea. Vogliamo ripensare il Mare Nostrum come uno spazio di incontro, di scambio e di approdo, non solo quello del conflitto, di morte e di colonizzazione. Per noi il navigante non è solo chi attraversa il mare, ma chi sceglie di non fermarsi davanti ai confini, di mettersi in ascolto dell’altro, di esplorare nuove idee e nuovi linguaggi con curiosità e spirito critico. Il Mediterraneo diventa allora una biblioteca liquida, aperta alle correnti della cultura e dell’immaginazione. Essere naviganti oggi significa attraversare confini senza smettere di restare umani. Come festival culturale abbiamo sempre preso posizione su alcuni temi scottanti del presente assumendoci la responsabilità di incentivare una discussione pubblica che a volte è stata aspramente criticata sul territorio. Pensiamo che pensarsi atto di resistenza contro la semplificazione per restituire complessità ai fenomeni in luoghi dove possono interagire i corpi come le piazze, sia un dovere civico e democratico.
Elba Book continua a essere uno dei pochi festival in cui gli editori indipendenti non costituiscono il contorno del programma, ma il suo vero centro. In un momento in cui il mercato editoriale tende sempre più alla concentrazione, pensi che oggi difendere la bibliodiversità significhi anche difendere un diverso modo di costruire il dibattito pubblico?
In questi dodici anni il rapporto tra editoria indipendente, pubblico e territorio è cresciuto in modo significativo. Quando Elba Book è nato, parlare di bibliodiversità significava soprattutto rivendicare uno spazio per quelle realtà editoriali che faticavano a trovare visibilità nei grandi circuiti distributivi e mediatici. Oggi la consapevolezza del valore dell’editoria indipendente è certamente aumentata: i lettori sono più curiosi, cercano cataloghi riconoscibili, qualità editoriale e proposte capaci di offrire punti di vista originali. Anche il territorio è diventato parte integrante di questo percorso. Il festival ha costruito negli anni una relazione stabile con la comunità locale, dimostrando che un evento culturale può generare partecipazione, creare reti e contribuire allo sviluppo del territorio, mettendo in dialogo dimensione locale e respiro internazionale. Detto questo, la bibliodiversità non è una conquista definitiva. Resta una sfida quotidiana.
Le difficoltà legate alla distribuzione, alla concentrazione del mercato editoriale e alla visibilità delle piccole case editrici continuano a essere molto forti. Difendere la bibliodiversità significa difendere il pluralismo delle idee, delle voci e delle narrazioni, perché un ecosistema editoriale ricco e variegato è una condizione essenziale per la vitalità della democrazia e della cultura. Festival come Elba Book hanno proprio questo compito: creare occasioni di incontro tra editori, autori e lettori, dare spazio a progetti editoriali di qualità e ricordare che la ricchezza culturale nasce dalla diversità, non dall’omologazione. Più che una battaglia conclusa, la bibliodiversità è un impegno permanente, che richiede la partecipazione di tutti gli attori della filiera del libro e, soprattutto, dei lettori.
Elba Book è un festival che nasce su un’isola ma sembra lavorare contro ogni idea di isolamento: mette in relazione traduzione, ricerca, scuole, editoria indipendente, storia locale e scenari internazionali. C’è una scelta precisa nel pensare il festival come un luogo di connessioni, più che come una semplice rassegna di libri?
Assolutamente sì. Volevamo smarcarci dalla solita forma della kermesse letteraria estiva, una sommatoria di presentazioni di libri. Vogliamo un festival-laboratorio per essere tutto l’anno un presidio di promozione della lettura per ispirare buone pratiche sul territorio. Elba Book da subito è stato luogo di connessioni. L’edizione 1 fu inaugurata alla presenza dell’allora sindaco Claudio De Santi e del vicesindaco e assessore alla cultura della mia città, Ferrara, Massimo Maisto. L’anno dopo a Ferrara siglammo un patto di amicizia tra i due comuni. Grazie a quel gemellaggio, per molti anni Elba Book Festival è stato presente all’interno del Festival Internazionale di Ferrara, ampliando il proprio orizzonte e costruendo relazioni preziose. Dalla seconda edizione, grazie a un’idea di Roberta Bergamaschi, proponemmo alla famiglia Claris Appiani di istituire un premio dedicato alla memoria di Lorenzo. Arrivò il loro generoso consenso e nacque il Premio Lorenzo Claris Appiani per la traduzione editoriale. Oggi il premio è giunto all’undicesima edizione e si è conquistato un posto importante nel panorama nazionale dedicato a quel meraviglioso mestiere dell’autore invisibile. Fin da subito abbiamo trovato un sostegno nell’Università per Stranieri di Siena e, dopo alcune edizioni, abbiamo avuto l’onore di accogliere Ilide Carmignani, tra le più autorevoli traduttrici italiane contemporanee: prima madrina del premio e poi membro permanente della giuria. Grazie a Ilide, da anni l’annuncio del vincitore del Premio Lorenzo Claris Appiani avviene al Salone del Libro di Torino, in altre parole, il nome di Rio e del Premio Appiani è entrato in una delle più importanti vetrine letterarie d’Europa. È iniziata da subito anche una collaborazione con il Consorzio Comieco (il più grande in Italia per il riciclo della carta) e Carlo Montalbetti che concepì anni dopo il Premio Demetra che sarà seguito per noi, in maniera egregia, da Giorgio Rizzoni. Abbiamo avuto in piazza Matteotti cinque edizioni, immaginando che la letteratura possa essere uno strumento di coscienza ambientale attraverso lo sguardo dell’editoria indipendente italiana. Nel 2018 abbiamo anche contribuito alla nascita di una rete che oggi unisce festival di quattro regioni italiane: Sardegna, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. La Rete Pym. Una piccola costellazione culturale che continua a crescere e a dialogare. Siamo riusciti a strutturarci, a diventare una squadra e ha mettere in campo progetti di promozione della lettura concreti. Sempre nel 2018, grazie agli incontri promossi insieme alla Regione Toscana sui temi dell’ambiente, dell’istruzione e della cultura, contribuimmo concretamente alla nascita dello SMART – Sistema Museale dell’Arcipelago Toscano, che allora era poco più di un progetto sulla carta. Abbiamo collaborato con l’Istituto Penitenziario di Porto Azzurro, lavorato con gli istituti scolastici superiori dell’isola e affiancato al programma letterario mostre, rassegne di documentari, trekking letterari e numerose iniziative culturali in giro per l’Elba. Abbiamo siglato, nel dicembre 2024 grazie al prezioso lavoro della nostra Francesca Bartocci, il Patto per la Lettura dell’Isola d’Elba, uno strumento di governance per promuovere la lettura e creare una rete tra tutti i soggetti coinvolti. L’obiettivo del patto è quello di rendere la lettura un’attività diffusa e apprezzata sull’isola, coinvolgendo enti locali, scuole, librerie e altri attori culturali.
Ogni edizione di Elba Book sembra aggiungere un tassello a un discorso che dura da oltre dieci anni. Guardando al percorso del festival, quale domanda senti di aver finalmente imparato a porre, e quale invece continua ostinatamente a restare senza risposta?
Radici, Luoghi, Vuoto, Fatica, Meraviglia, Mappe, Attenzione, Chiavi di volta, quest’anno Naviganti: sono alcuni dei concetti a cui siamo approdati in questi anni, temi che ci hanno aiutato a raccontare il presente, ma anche la nostra storia. I naviganti tracciano rotte attente, consultando con fatica e stupore portolani sgualciti, per cercare la voce dei luoghi e ridare loro un senso che a volte sembra perduto per sempre. Credo che forse la domanda che abbiamo imparato a porre sia quella indirizzata a luoghi, quella che invece continua a restare senza risposta è come ridare fiducia al territorio e a chi lo abita per combattere una permanente frustrazione del margine.
Un festival come Elba Book vive anche della sua capacità di cambiare forma nel tempo. C’è la sensazione che questa edizione abbia il sapore di un passaggio, forse di una chiusura, forse di una trasformazione. Se il viaggio dovesse continuare, quale direzione senti ancora inesplorata?
Credo che decidere di fermarci per un anno sia un passaggio doveroso, un tempo per realizzare impegni rimasti in sospeso, per recuperare le energie, per guardare con occhi lucidi i dodici anni percorsi. Per noi mantenere i risultati raggiunti negli anni non è più sufficiente, il livello dell’evento si mantiene alto, ma lo sviluppo si è fermato, mentre l’ambizione è quella di alzare ancora di più l’asticella. Credo che per tutti ci sia bisogno di una discontinuità: per noi, ma anche per il territorio. I libri ci insegnano che ogni storia ha bisogno di pause, di respiri e di silenzi. Ci piacerebbe nel 2028 fare un festival più diffuso, interconnesso e ampio su tutto il comune di Rio, per fare questo bisogna migliorare infrastrutture e organizzazione logistica. Magari in un futuro potremmo immaginare un festival su tutta l’Isola d’Elba eleggendo Rio a piccola capitale dell’editoria indipendente italiana.
Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.
