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Pubblichiamo il contributo di Samir Galal Mohamed al volume collettaneo “Querini in versi. Cinque poeti esplorano la Fondazione Querini Stampalia” (Venezia, 2020), a cura di Shaul Bassi e Tiziano Scarpa. La plaquette è il risultato della residenza artistica promossa dalla stessa Fondazione durante l’estate 2020. Ringraziamo l’autore e la Fondazione Querini Stampalia per la concessione.

Joseph Kosuth, Venezia, Fondazione Querini Stampalia

di Samir Galal Mohamed

Joseph Kosuth è professorale, dice delle cose molto semplici, cose molto complicate: un vivente qualunque, una teoria, la morte di un sodale; sa bene che comprendere non significa accettare, sa bene che accettare non sottende affatto il comprendere. Anzi, lo esclude.

Luigi Socci confessa di odiare gli artisti-filosofi; parliamo di vini marchigiani, erba legale, di quanto consideri aberrante vestire totalmente di nero, di nuovo, dopo l’etica straight edge e la subcultura emo. Domando se in campionario disponga di un nuovo parka per l’autunno – vesto di nero, ma ordinariamente.

«Una vita è incomprensibile», pare abbia detto Kosuth, una volta. Non c’è davvero alcuna ragion d’essere – un principio sufficiente –, non c’è davvero alcuna ragione. (Occuparsi di tutto, non preoccuparsi seriamente di nulla – possibilità di rivalutare la religione, i sistemi; comprendere e accettare la violenza: giustificarla). Un volume dalla biblioteca, un passaggio casuale – «la stoltezza di Pascal è inversamente proporzionale alla grandezza di Nietzsche, o di Leopardi». È un uso improprio, lo sa bene, ma i nomi significano ancora qualcosa, qualcosa di molto semplice e altrettanto complicato. Qualcosa che, tuttavia, è contrario all’edificare.

Riprendiamo il colloquio, Luigi ha un vistoso herpes labiale, le sue parole inciampano, le mie si proteggono: progetta uno scritto sulla fragilità – di Venezia, della collezione museale, dei contratti delle stagiste. Sono molto fisico, vorrei abbracciarlo.

Joseph Kosuth è dottrinale, afferma «talent/um, tolerāre»: un essere umano qualsiasi, provvisto delle minime funzioni fisiche o intellettuali, lotta incessantemente per l’avanzamento morale della specie. Anche chi conduce una battaglia opposta alla nostra. È la regressione, in fondo, a rimanere all’esemplare per preservare un’integrità psicofisica, almeno provvisoria. Un’immunità adattativa.

Morire intellettualmente, attendere che il perdono sopraggiunga nel sonno – il sogno della madre, un salvataggio, dozzine di umani non computati. L’afflizione se ne va in fretta. È indolore, o quasi. Ci si addormenta comunque rapidamente.

(Davanti alla Fondazione due studentesse Iuav hanno commentato: «Mammalian animals and Man: Joseph Kosuth è ostensivo, ovvero incel»).

Durante la notte, assisto all’inondazione di un edificio, un archetipo veneziano, «le forme dell’acqua sono onde»; nell’incubo, Joseph Kosuth è didascalico. Il mattino seguente ne parliamo, entrambi escludiamo di comprendere. Lo accettiamo come un fatto, un episodio qualunque, uno stato inerziale del quale disporre impropriamente. Al pari dello scrivere, vestire di nero, lottare per l’avanzamento della specie.

(Copertina: J. Kosuth, “La materia dell’ornamento”, 1997, foto di Luisella Romeo)

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