In

di Christian Raimo

Ora media

Sarà semplicemente il fatto
che stando ferma ingrasso,
che mi fa pesare l’ingombro delle cose
oltre le cose; non so più neanche
quanti chili negli ultimi tre mesi:
il primo anno, dicono,
sia quasi fisiologico.
Semplicemente il fatto
che da quando non son io
che vivo in me, ma il fibrillare,
Dio invadente e onnipotente,
il flusso dell’elettrico nei nervi,
ed eccomi che recito sui salmi,
scartando ogni possibile consonanza a tono,
stirando una voce già sguaiata, che pare
stia provando il karaoke
per un hit demente dell’estate.
Sarebbe meglio allora il playback,
meglio toglierla la voce,
fare l’eco sulle sillabe finali,
o qualche controcanto,
imitare i ragazzini della cresima.

La madre l’altro giorno
mi ha fissata dopo il coro della messa,
ma non mi ha detto una parola,
e io che sorridevo biecamente
quasi le lanciassi
una carta sciattissima di sfida.
Alla terza volta che le son piovuta addosso,
le ho dovuto confessare che si tratta
solamente di stanchezza.
Lei mi ha rilanciato: “Insofferenza?”
Io ho provato a essere sincera
senza farlo, le ho risposto
che alle volte non ci sono.
Mi ha guardata come fanno gli animali.
“È che non ho pensato a certe cose elementari
come il caldo, i quaranta e passa gradi
di questi pomeriggi senza fine
che paiono uno spirito maligno
infiltrato attraverso le finestre,
appena uno si distrae
e lascia gli spiragli spalancati,
gli spazi fra le imposte
dove l’arsura è penetrata
come il contagio sulla pelle.
La mia veste mi sembra uno scafandro.
È qualcosa di concreto o me lo sogno?
E lei, il velo non le viene da strapparlo?
O devo dire grazie
al Signore Nostro Dio
per ogn’ora che concede?
E mi manca la costanza
di certi gesti quotidiani, ipernormali
che facevo quando stavo dentro casa”.
?, mi ha chiesto lei, insistendo come fa.
“È l’afa, solo questa,
che mi ricorda di vivere in città”.
“Dai i nomi alle cose”, ha detto, “Sara”.
Allora gliel’ho detto, che mi manca il mare.
Ho provato a farla entrare
in discorso d’indulgenza: “Abitando a Ardea
a due minuti dalla spiaggia,
con la sabbia che ti entra dentro casa
appena si alza un po’ di vento di bonaccia”.
Mi ha guardato e si capiva
che cercava la domanda meno grave:
mi ha accarezzato il braccio
in uno di quei modi
che non dicono silenzio
ma, è inevitabile, l’opposto.
Soltanto un’ora dopo –
dopo la visita al restauro per il chiostro,
divisione lenzuola e asciugamani,
telefonate che incombevano da giorni –
si è riavvicinata proponendomi
la vasca, quella grande, al piano sopra:
“È pulita, è libera, puoi usarla”.
“Ci ho pensato”, ho risposto, “non è questo”.
“C’ho pensato anch’io, e lo so che non è questo”,
mi ha risposto non facendo nessun gesto.

Vespri

Uscire e entrare in cappella tutto il giorno.
Dire a se stessa basta, bene, è ora,
applichiamoci ad un’ora di preghiera,
l’orazione è intenzione,
questione di concentrazione,
ed è lo stesso punto in cui mi alzo,
perché ho bisogno vero di una pausa.
O un caffè, respirare, le cose
come si dice sacrosante.
Un’ora è un’ora, posso darmi
dieci minuti buoni, sgranchirmi le mascelle
oltre i polsi e le articolazioni dei ginocchi.
Ma in refettorio ritrovarsi
imbrigliata in una serie
di esercizi maniacali,
altro che lo spirito, altro che-,
retaggi esatti delle cose
con cui io passavo il tempo
al tempo della perdita di tempo,
all’università, al liceo,
quando al telefono chiamavo
le persone che sapevo
non avrebbero risposto,
facevo squillare gli apparecchi
negli appartamenti vuoti,
di notte o i pomeriggi estivi,
le assenze delle feste,
e adesso tutto questo mi è rimasto
o è diventato un meccanismo guasto,
cose che la madre sottolinea:
è stupido angariarsi: il senso del peccato
non è l’automartirio fine a sé.
Non dare importanza ai tuoi difetti
ma a quello che ti salva.

Ma infastidirsi, non riuscirsi
ad affrancare dalle paranoie d’accatto,
tipo non poter toccare
un numero dispari di volte
il tavolo da pranzo con le tazze.
Così seccata da non riuscire a liberarmi
da queste paranoie tipo
mettere lo zucchero dentro la tazzina
ma adoperarsi in modo
che cada precisamente al centro
senza sfiorare il bordo.
Sentirsi così stupida.
La ragazzina idiota al monastero,
la selvaggia buona tenuta per favore,
come esempio d’idiozia dell’uomo,
dell’errore di fabbricazione originale.
Ave Maria, gratia plena… è inutile,
non viene, non ne vale la pena.

Dove sono le labbra che si muovono da sole?
dove sono le parole che riecheggiano nella memoria
potenti come lastre fotografiche appena impressionate?
dove è la pace facile e presente?
Perché soltanto cinque giorni fa…

Compieta

La smetto? La smetto?
Sono San Sebastiano che si fa un autovoodoo
con un chiodo immaginario nel cavo della mano.
Mi fisso, e le trovo subito le facce dei mostri.
Il cinema, l’orrore. Che c’entra tutto questo?
Dico salmi come se cianciassi le canzoni
ad un concerto. Sono capitata qui per caso?
Se non fosse troppa la fatica, farei apposta a toppare.
Cristo è risotto per noi. E invece, metti la testa dentro l’acqua. Arrabbiarsi con Dio. Recriminare, l’insistenza.
Serve, non l’ho visto mille volte? L’insistenza, serve
a avvicinarsi a Lui? La settimana scorsa abbiamo meditato
i capitoli 36-38, la fine del libro del profeta Giobbe. (Era un profeta?)
E io mi sentivo così beata, non serviva neanche
che aprissi la Bibbia, già mi bastava
guardare verso la forma lieve dell’uomo sopra il crocifisso.
Guardare, inspirare, gli occhi chiusi.
Facciamo una tenda. Non resistere al male. Non distogliere gli occhi.
China il capo. Ama il nemico. Ama
il nemico. Non muoversi neanche di un millimetro.
Il 2 dovrebbero partire dieci giorni di esercizi
con un padre serbo, biblista e gesuita,
Finché predichi il Padre, il Padre è con te.
E io da una parte, non desidero altro,
dall’altra ho paura, è questo il fatto vero.
“Lo vedi come mi trema il braccio?”, ho detto a Emilia prima.
Emilia: l’altra disadattata. Ha detto: “Pare epilessia”,
con un tono che non era solo ironico.
La testa è piena di caligine. Fuliggine, caligine.
Del pensiero ossessivo che si nutre di sé.
Durante la messa, mi son messa a contare
quante o ci sono in mezzo al Padre Nostro:
diciotto o diciannove?
Le nostalgie inventate, i calci a mia sorella,
le urla di mio padre, figuriamoci se ne sento la mancanza.
Ma tutto torna inevitabilmente
nel centro esatto della mente:
il diavolo, è così che funziona?
e io, anch’io funziono proprio in questo modo?
La madre superiora: a cosa è superiore?
Alle cose del mondo, alla mia faccia consunta
nel tentativo misero di trovarci un segno buono?
Le ho chiesto un colloquio dopo cena e mi ha risposto che pregassi, prima: “Anche se volessi,
Sara, non son io, che ti do la pace”.
“La preghiera, il problema è proprio questo”.
“Allora dormi, riposa, non far niente”.
È così calma e lucida
che nei momenti di inquietudine
non posso che invidiarla. Le direi, bene,
siamo ad anni luce di distanza,
questa farsa quanto deve continuare?
Non sarò mai una monaca decente,
fammi uscire, fammi arrendere.
Se mi tenete per far scandalo,
possiamo anche esser d’accordo.
Qualsiasi persona che conosco
ha più costanza, più facoltà d’abbandonarsi,
di fidarsi almeno un po’.

Durante la compieta
guardavo il libretto con le orbite fameliche,
da sonno ritardato,
mi ostinavo in uno sguardo concentrato,
come uno che si ostina a parlar lucido
anche se è ubriaco fradicio.
Durante la compieta
Igia, la ragazza somala
con la voce da bambina
ha avuto una mezza emorragia,
un ciclo inaspettato.
E sulla panca della chiesa,
quando ci siamo alzate,
ha lasciato tutto sangue, una macchia
grande quanto un quadernone.
Ho realizzato per ultima la cosa:
quando ho avvertito il fantasma dell’odore,
le altre avevano già preso uno strofinaccio per pulire.
E Giovanna si era chiusa nella camera
insieme alla madre, e forse a qualcun’altra.
Giovanna, è la sorella tiroidea,
grassa, che fa fatica a muoversi,
cinquant’anni il mese scorso e in questi giorni –
l’ho capito pure io che sono cieca –
è La Sorella In Crisi,
aveva strillato alla vista della macchia,
si è messa a urlare,
era scoppiata,
come una bolla,
aveva pianto.

Qui in convento la gente piange spesso,
ma questo non vuol dire
che c’è qualcosa d’intero che si spezza.
È come se le lacrime e i singhiozzi
fossero parte naturale del tempo che si spiega.

Notturno

Non mi metto a pregare perché
non è giusto che parli con Dio,
quando poi pure nei sogni

Ero con Gianfranco Fini
e il mio ex-ragazzo e dicevano di volere fondare
un partito e io dicevo sì una buona idea
e poi il respiro si bloccava

Se non sono sincera nemmeno con me stessa,
quali parole devo pronunciare,
e quali parole posso?

Fammi venire a Te.
Rendimi docile all’ascolto.
Per diventare docili, si tratta di volerlo?
Aiutami a desiderarla questa docilità.
Dammi il sonno, e la mancanza di auto-
ossessione. Questo è il nostro errore:
non abbandonarci del tutto alle mani di-,
nelle Sue mani.
Aiutami a capire che senza di Te non sono nulla.

Nulla senza Te.
Un corpo morto, che si alza e che si abbassa.

Ma se non sono nulla, chi è che sta qui e prega?

Lodi mattutine

“…che pensavo di rimuovere i ricordi,
di far piazza pulita…”
“E adesso, che ti è preso?”
“…Sento la colpa all’altezza dello sterno,
attaccarmi ai ricordi, o frantumarli,
mi sento in colpa uguale.
Non è facile. E se non venisse
a trovarmi più nessuno?
Faccio la sepolta viva?”
“Sara. Non è detto che sia facile.
Ciò che è bello non è detto che sia facile”.
“Posso farle una domanda? Ma a lei
non le mancano i posti dove stava?
Anche non starci, anche solo contemplarli?”
“Quel che è bello, occorre capirne la bellezza.
Ora, questi mesi sono mesi di vacanza,
prenditeli per quello che significano”.
“Ma io mi sento in crisi, e se non sono in crisi io,
mi attacco alle paure delle altre, provo empatia,
mi lascio conquistare da ogni sintomo di crisi.
È il tormento che mi affascina,
il timore e tremore del combattimento interno”.
“Vogliamo parlare di Giovanna?
Di come accusa il fatto di entrare in menopausa?
O vogliamo continuare a santificare il male,
a ingigantire ogni piccolo difetto?
Ci sono cose e cose.
Le crisi dolorose e i pianti finti.
E confonderli è sbagliato del tutto.
Soprattutto se non ti aiuta a vedere
chi sta male sul serio”.
“Risulto irritante, è vero?”
“Quando preghi per qualcuno,
pensa davvero a quale può essere il suo bene, n
non al tuo uso e al tuo consumo,
a come le vorresti le persone.
Ogni uomo è un uomo distinto,
ogni giorno è diverso,
a ogni minuto spetta la sua pena,
ogni giorno la sua cura.
Se sto andando a ruota libera, scusa”.
“Posso telefonare a mia madre stasera?”
“Ti manca?”
“È a Ventotene, in vacanza. Abbiamo una casa lì
da quando sono piccola”.
“Va bene, e allora, dille di venire”.

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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