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Foto di Jr Korpa su Unsplash

“La poesia come traduzione della vita”, si legge nel titolo della prefazione di Mariella De Santis alla plaquette di Anthony John Robbins, Il più vuoto possibile (Ed. Progetto Cultura): sin dall’incipit, la convergenza sincretica tra il fare, poiein, e il tradurre, cioè l’atto di condurre, di trasferire qualcosa dentro a qualcos’altro, è un’operazione coraggiosa di azzeramento delle cartilagini intermedie tra il fenomeno e il noumeno, la parola e il sentimento che scorre lungo l’arco dell’esistenza.

Le Gemme, correlativo oggettivo di piccoli e granitici elementi che si lasciano brillare, mettendo in risalto, spesso, la lucentezza dell’oscurità più profonda, è il nome della collana curata da Cinzia Marulli per le romane Edizioni Progetto Cultura, in cui si ricerca la summa della poetica di alcuni, selezionati autori contemporanei, scegliendo brevi e numinose piccole raccolte che sappiano rappresentare il nucleo igneo di ciascuna cifra autoriale.

Quando si ritiene la poesia l’apice di ogni espressione, forse è proprio l’espressione che si spinge verso il suo apice, lo sfiora ustionandosi e poi si ritrae nella necessaria letterarietà dello scrivere (e del pubblicare o dell’essere pubblicati). La scelta dell’autore di “far avanzare la poesia rispetto al poeta”, come specifica De Santis nella prefazione, limitando le vere e proprie pubblicazioni di libri e preferendo riviste e plaquette, appare quasi anacronistica oggi e, per questo, trasgressiva e controcorrente.

Il plurilinguismo di Robbins (non tutti i testi sono in inglese), che ricorda quello di Amelia Rosselli per il raggiungimento degli spigoli linguistici più ardui pur senza riprodurre le circonvoluzioni intellettualistiche e ipersemantiche della poetessa francese trapiantata a Roma, o ancora la grazia disvelatrice e lacerante di Antonella Anedda, mostra il contegno composto e argutamente educato della maniera inglese depurata, però, da qualsiasi manierismo. L’atto artistico riesce con disinvoltura, in questi versi, a unire la crudezza espressiva con una visione lucidissima sulla dolcezza commovente che accompagna i dolori più feroci.

L’autobiografismo si schiude a una trasfigurazione perenne delle immagini, dei punti di vista (in tal senso metamorfici), dei ricordi e dei sentimenti ad essi collegati, risultando a tratti finemente oscuro ma mai ermetico: “L’ho visto dodici ore dopo la sua morte/la bocca semi aperta come nel mezzo di una parola”. Ci sono versi, dunque, capaci di spezzare il fiato in gola all’interno di un singolo fermoimmagine che apre la via a un sottotesto di pura percezione emotiva, in cui l’istintualità dell’autore per la parola ne sancisce l’alto grado di incisività.

“E per questo/ lei intende il bimbo morente/ non riesco a sapere quale/ o a dargli un nome/ sul proprio letto, strazio mio/useremo un sacco semplicemente”: nei testi in cui il contesto psico-antropologico è di complessa rielaborazione, l’ambiente linguistico, sapientemente padroneggiato dall’autore, appare colloquiale e, insieme, brutale. “Dying child”, nella traduzione di Mariella De Santis, è “il bimbo morente” la cui aggettivazione ricorda L’animale morente di Philip Roth, per il quale la morte o ancor di più la mortalità è un flusso pluralizzante che riconduce gli individui a una natura comune e insaziabile di vita: “mi consola per/tutti i bimbi morti/che non ho mai perso”.

Sembra che la memoria si sfarini in immagini non più solide, evanescenti, salvando l’impalpabilità della sensazione, l’insuperabilità del trauma, la lucentezza del singolo istante di tempo: “qualche cosa che fluttua sul lontano orizzonte”. Tale modalità espressiva appare simile, negli intenti anche se non negli esiti (qui nettamente contemporanei), al processo mentale e artistico di John Keats che ambiva ad abbandonare l’estremismo soggettivistico dell’io per inseguire una psicologia allegorica, altamente suggestiva di ciò che può esistere oltre l’esperienza e la consapevolezza individuali. Eppure, sono sempre presenti, in Robbins, elementi realistici, dati che inchiodano a fatti veri o verosimili, stralci di vita vissuta: “il vecchiaccio con la tosse, che come me/barcollando si alza e poi tira lo sciacquone”, e ancora: “Su Via Nazionale non vedrai/due orologi che concordano/ma poi che importa/se arrivi puntuale/per i cannoli, i babà e l’Earl Grey/da Dagnino?”.

Una ricorrente allocuzione verso un tu, che sia dichiarato nella dedica (come quella alla moglie Mariella) o astratto, richiama la forma epistolare come in articolate cartoline che tracciano un percorso odeporico tra città, esperienze, passato e presente, con una costante tensione verso un’aspirazione di pace sostenibile, decurtata da qualsiasi retorica del dover essere e del dover apparire, “per quietare i pensieri che battono/incessanti in questo spazio vuoto”.

Nessuna paura, nessuna vergogna per la sana fallibilità umana, per l’amabile lapsus, per l’eroe che diventa errore, perfino orrore, e dona di sé “il coraggio di tacere”, dote auspicabilissima soprattutto oggi.

L’opera si conclude con tre poesie dedicate alla memoria di Robbins, firmate da Maria Teresa Ciammaruconi, Michele Arcangelo Firinu e Rossano Onano, e non a caso chiude con una chiosa dedicata all’amore, che in mezzo alla morte si fa spazio e respiro animale, vitale: “Si sono amati da sùbito/lungamente perdonandosi, come gli uccelli”.

 

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Autore

gblanco@minima.it

Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.

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