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di Rossella Farnese

Cinquant’anni fa, il 5 febbraio 1972, a New York moriva Marianne Moore e nel medesimo anno le sue poesie iniziarono ad essere tradotte in italiano da Lina Angioletti e Gilberto Forti per Rusconi, dapprima in due volumi separati, Il basilisco piumato, con un’introduzione di Eliot Il fascino del microscopio, nel 1972 appunto, e nel 1973Come una fortezza con un’introduzione di Auden Il bestiario di Marianne Moore, in seguito, nel 1991, vennero raccolte in volume unico per Adelphi con entrambi i saggi.

Nata a Kirkwood il 15 novembre 1887, laureatasi al Bryn Mawr College, direttrice della rivista «Poetry» ed editrice della rivista «The Dial», Marianne Moore, dopo l’uscita in Italia del suo secondo volume di poesie, viene definita da Pasolini –  che già all’indomani dell’uscita del primo volume di poesie mooriane la considerava una «meravigliosa lettura», tra quelle fondamentali della sua vita – «una poetessa americana squisitamente borghese, una vera e propria signora […] che appartiene a una élite, l’élite più sublime in cui la cultura borghese subisce una specie di transustanziazione».

Anche Bertolucci in Ho rubato due versi a Baudelaire saluta come «miracolo d’eleganza» i versi Marianne Moore, che ritiene la «Grande Signora (o Signorina?) della poesia americana moderna».

Della Moore, celebrità minore dei circoli letterari newyorkesi degli anni Trenta, appassionata di atletica e habituée di incontri di pugilato e di baseball che seguiva con il suo tipico mantello nero e un cappello a tricorno, era già apparsa in italiano la traduzione dei suoi Collected Poems del 1951, che le valse il National Book Award e il Premio Pulitzer per la Poesia, condotta nel 1962 da Giovanni Galtieri, con un’introduzione, Il suo scudo, di Randall Jarrell che analizza l’evoluzione stilistica della Moore da una «maniera alquanto manierata» verso la sintesi, «la prima grazia dello stile».

Non a caso Italo Calvino nelle Lezione americane parla di Marianne Moore nel capitolo Esattezza Calvino e le dedica anche uno dei Saggi 1945-1985 mettendone in risalto la «giustezza o appropriatezza della parola, dei ritmi, delle immagini».

Nel saggio intitolato Marianne Moore and the Sublime Bonnie Costello considera la Moore, le cui caratteristiche principali sono «modesty, reserve, neatness of finish», una «Keatsian poet» incasellandola in quella forma di sublima «quite different from the “egotistical sublime”. It is the sublime of negative capability»: la Moore si presenta come un camaleonte senza un io che vive nel gusto la cui estetica del sublime si definisce per via negativa «a discovery of the infinite in the cumulative failure of the finite».

Esattezza, concisione e ironia caratterizzano Marianne il cui io è un occhio – secondo il calembour inglese I – che cade in estasi a forza di avvertire il fascino della sfumatura inventando così la propria «lingua corretta, elegante, sperimentale nel modo, eccentrica nel timbro, assolutamente sua e di nessun altro» che trova spazio in versi irregolari e labirintici, dal «tono prosastico-conversativo, dalla forma cedevole, dal ritmo stravagante mosso dalla velocità di formazione e trasformazione dell’immagine», come osserva Nadia Fusini.

Meticolosa, affilata, fastidiosa, esigente, la Moore, la cui parola, limpida e cristallina, è frutto dell’umile e precisa osservazione della realtà, pensa che la bellezza della cosa creata sia proporzionale all’esattezza pignola e incontentabile del creatore: «The/ result is not poetry, nor till the poets among us can be/ literalists of imagination ‒ above/ insolence and triviality», così nel componimento Poetry. Verista dell’immaginazione», Marianne desidera servire piuttosto che dominare la parola, vale per lei quanto esclama Eliot nel The Love Song of J. Alfred Prufrock: «It is impossible to say just what I mean!». «Speciosa e inflessibile come tutti i visionari» la Moore persegue «l’ardua e meravigliosa perfezione, questa divina ingiuria da venerare nella natura, da toccare nell’arte, da inventare gloriosamente nel quotidiano contegno»: così Cristina Campo nel saggio Gli imperdonabili dedicato proprio a Marianne Moore, Gottfried Benn e Hugo von Hofmannsthal.

Come la scrittura di Cristina Campo anche quella di Marianne Moore tende al grado zero, ma se per la prima si tratta del silenzio postulato da Mallarmé, di quello che Roland Barthes definisce un «tempo poetico omogeneo che si incunea tra due strati e fa esplodere la parola, ancor più del frammento di un crittogramma, come una luce, un vuoto, un omicidio, una libertà» nel caso della Moore si tratta piuttosto della lingua basica inaugurata da L’Étranger di Camus,  quella che Roland Barthes chiama la «Parola trasparente» che supera la Letteratura e «realizza uno stile dell’assenza che è quasi un’assenza ideale dello stile».

 

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