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Vi auguriamo Buon Natale con un racconto inedito che Giordano Meacci ha letto in occasione del reading “Natale acido” alla libreria Giufà di Roma. Auguri da minima&moralia. (Fonte immagine)

Io sono il figlio di Babbo Natale.

No. Non si tratta di una frase a effetto per catturare la vostra attenzione. Mio padre è nato il 25 dicembre; si chiama Natale e, in quanto babbo diventa, di diritto, babbo Natale.

E per diritto di nascita io divento, senza possibilità di smentita, il figlio di Babbo Natale.

Solo che in quarta elementare, appena prima di ritirare i lavorini da regalare a casa: quando in quel fatìdico 21 dicembre del 1980, nel pieno del brusìo di classe, mi sono alzato in piedi e ho detto a voce piena “Io sono il figlio Natale!” – la maestra siglò la risata a sprazzi che ne seguì con una nota da far firmare a casa. Da babbo Natale. Varo, Natale, Meacci.

Ecco.

Perché la questione non è così semplice. Il primo nome assegnato a mio padre è stato (ed è) Varo. Da mia nonna Umiltà. In effetti, la questione prìncipe, da sempre, nella mia famiglia, non è mai stato il Natale in sé. Ma i nomi della mia famiglia.

Se avete letto Guerra in Val d’Orcia di Iris Origo e avete la buonavolontà di spostarvi di qualche chilometro (collina più, collina meno) capirete che tra la Val d’Orcia e la Val di Chiana in quel periodo – tra passaggi di fronte, eserciti schierati, nazisti che si muovono tra i filari come bravi manzoniani – ecco. Se avete letto Iris Origo – ma anche se non l’avete letta – capirete che il giorno in cui è nato il mio privatissimo Babbo Natale: in Toscana e in tutto il mondo c’era una guerra senzascampo. E, quel che era peggio, mancava l’idea di futuro. Non c’era il senso di una fine, della guerra.

Solo. Non divaghiàmo. Restiamo al Natale dei nomi della mia famiglia. Mia nonna Umiltà è incinta di otto mesi, a trentasette anni precisi da quel mio grido di quarta elementare. Aspetta mio padre – quello che in futuro sarà mio padre – nel casale di Valiano. Mio nonno non c’è. Non s’è mai capito di preciso se fosse richiamato, in quel momento; o in giro per le colline a resistere. Lui: socialista dalla mattina presto, autorevole poeta dilettante per Valiano di Montepulciano e dintorni: e per questo soprannominato I’ ggrillo. Nazzareno detto il Grillo.

Ecco. Immaginàtevi la soddisfazione della maestra quando – per spiegare, spaesato, che non stavo millantando, ho ribadìto . “Sono figlio di un babbo Natale e nipote del Nazzareno”.

Che, da un certo punto di vista, presuppone un’ancora maggiore presunzione di sé.

Insomma. Nazzareno e Umiltà, il 21 dicembre del 1943, sono i futuri genitori di Varo. Che ancora non è nato. Nazzareno non c’è. E Umiltà trascina la sua pancia enorme da una stanza all’altra del casale. Sono due stanze in tutto, poco riscaldate dalla stufa a legna e dal camino.

Quando.

Ecco che in casa entra, sbuffando freddo da fuori con la veemenza e la stupidità del Grande Inverno, un soldato in divisa. Un graduato tedesco. Un nazista. Pistola in mano.

Ràntola qualcosa a mia nonna Umiltà. Che, per tutta la vita, e nonostante gli anni che ha vissuto a Roma, non ha mai parlato nulla di diverso dal poliziano rustico.

Il nazista rantola. Mia nonna non capisce. Manciàre deve dire in un qualche tedesco di finzione il nazista, perché – nel ricordo – mia nonna ripeteva il verbo con questa esatta pronuncia. Nulla, nulla, dice mia nonna con le parole e con le mani. Per spiegare che non ha, davvero, nulla da dargli, a questo nazista qui. Non ci sono provviste da portare via al volo: c’è solo lei, incinta – si ìndica: non mi vede? – e un piatto grosso pieno di farina: ai nazisti che hanno fretta non gliene frega niente, della farina, di solito. Non hanno tempo di mettersi a impastare il pane, quando fanno razzìa nei casali.

E qui il nazista, con un gesto fatale – mia nonna giurava che il pensiero le era venuto solo in quel momento, con il nazista che prende il pugnale dalla cintura, estraendolo lentamente – tira fuori il pugnale e punta al piatto grosso di farina. Perché il nazista sa quello che mia nonna Umiltà sta ricordando proprio in questo momento – la luna sulle colline, il cane del vicino che la commenta a modo suo – sa che le contadine di queste parti nascondono le uova nella farina. Per evitare che i nazisti le prendano.

Sono lì da due giorni. Una decina di uova portati alla partoriente dalle donne intorno. A giuramento, mia nonna non se lo ricordava. Quando il nazista alza il pugnale e fa per ficcarlo a forza nella spianata di farina a mia nonna si ferma – per un attimo, un secondo soltanto, quello che basta per poter essere ricordato persempre senzarespiro – il cuore.

Tùn. Il primo colpo arriva attraverso la farina fino alla ceramica del fondo del piatto. Frush. Tun. Il secondo colpo.

Ora. Va bene che il piatto grosso viene tuttora ricordato come i’ ppiattogrosso ogni volta che la storia si racconta, in famiglia. Ma quanto sarà stato grosso? Con dieci uova nascoste. Eppure.

Per otto volte. Tun. Il nazista colpisce al cuore la farina senza incontrare nessun uovo. Tun. Mia nonna si aspetta la fine da un momento all’altro – la pasta di tuorlo e di albume e farina e guscio che imbràtta la lama del pugnale del nazista, il nazista che (come da sua ottusa natura) per rappresaglia usa il pugnale imbrattato nel modo che i nazisti sanno.

L’hanno già fatto. Mia nonna, lo sa. Nascondere il cibo è un peccato grave, per chi ha dio dalla sua parte. Tun. Mia nonna ne ha contati sette. Si appoggia e si tiene alla sedia di paglia vicino al camino. Tun. È l’ottavo colpo. Il nazista – un po’ sorpreso pure lui, in verità: solo per il motivo sbagliato – toglie la polvere di farina dalla lama del pugnale e lo ripone nel fodero sulla cintura.

Poi se ne va. Senza salutare. Lasciando Umiltà a stupirsi di essere viva per almeno un’ora o due. Sempre nella stessa posizione. In piedi. La mano appoggiata al legno accogliente della sedia.

Poi, le leggende di famiglia raccontano di un malore da paura che è continuato per almeno tre giorni – stress da guerra in casa; meglio: in cucina – terrore retrospettivo.

Fatto sta che mio padre – che per natura e posizione avrebbe dovuto nascere un mese dopo, più o meno – nascerà di otto mesi e un po’, il giorno di Natale del 1943 – il peggiore d’Europa da sempre – sùbito dopo che mia nonna si sarà dedicata a un bagno caldo rasserenante nella tinozza di legno riempita per l’occasione.

Varo nascerà prima del tempo mentre mia nonna si stupisce di essere ancora viva (e di poter fare un figlio), tra i fumi di vapore caldo della tinozza. Al nome Varo già deciso in precedenza verrà aggiunto quel Natale dopo la virgola. Solo che quel Natale è il Natale del 1943. E sarà così ingombrante, nella vita di mio padre, da impedire la virgola al messo comunale che lo registra. Costringendolo – dalle carte del matrimonio con mia madre – a una firma doppia.

Varo Natale Meacci, dai venticinque anni in poi; dopo una vita di Varo.

È per una virgola che sono il figlio di Babbo Natale. È per otto colpi a vuoto di un pugnale nazista nella farina del piattogrosso che sono vivo.

E se poi per questo c’è qualche maestro che vuole mettermi una nota: fàccia pure. Ma che la nota messa sia il si. Se non ricordo male dalle ore di flauto delle medie, la prima nota dell’Inno alla gioia. Freude schöner Götterfunken / Tochter aus Elysium

A ogni compleanno di mio padre, mi chiedo se poi il nipote del nazista col pugnale ha avuto o no una vita felice.

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Autore

giordanomeacci@minimaetmoralia.it

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato per Rizzoli Fuori i secondi e per minimum fax il reportage Improvviso il Novecento. Pasolini professore (2015) e la raccolta Tutto quello che posso (2005). Un suo racconto è incluso nell’antologia La qualità dell’aria, ripubblicata nel 2015. Il suo primo romanzo, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax), è stato finalista al Premio Strega 2016. Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.

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