di Luca Tosi

Quando a un certo punto della sua vita Gianni Comandini, che aveva quarantadue anni e pochi capelli, si era accorto che non voleva più far il benzinaio, un giorno di metà marzo si era licenziato. Quel giorno aveva nevicato, però solo di mattina. La neve scendeva in fiocchi grossi e il cielo era grigio. Gianni Comandini aveva guardato la neve da sotto l’immensa tettoia del distributore di benzina e gli era parso che il mondo si fosse capovolto, o che stesse per precipitare tutto, non capiva bene. Gli era anche parso che quella fosse la prima volta che la neve lo facesse sentire così. Dopotutto non era più un ragazzino da un pezzo, e di nevicate ne aveva viste, però quando una cosa è inspiegabile è inspiegabile, ci fai poco, si era detto. Al distributore arrivavano automobili già tinte di neve sui tetti e sui vetri, e Gianni Comandini faceva loro i dieci o venti, o cinquanta euro di benzina. Indossava una salopette grigia, dello stesso grigio del cielo, circa, che aveva delle strisce verticali verdi e arancioni, ovvero i colori del distributore di benzina per cui prestava i suoi servigi. Gianni, quei colorì lì, grigio, verde e arancione messi insieme li indossava da più di vent’anni e questo era il principale motivo che lo aveva spinto al licenziamento.

La mattina dopo, in casa da solo, si era convinto d’essersi sbagliato. Che altre volte, nella sua vita, il nostro Comandini aveva abbandonato quel che faceva e per cui era anche abbastanza portato, a causa del fatto che non teneva botta. Si era formato, perciò, l’opinione di sé di esser una persona che dà il meglio sulle distanze brevi, mentre tutto quel che segue dopo è una lunga, boriosa inerzia per lui, sempre insopportabile. Comunque, il ruolo di benzinaio l’aveva rivestito per vent’anni, allorché nei suoi ragionamenti in parte si auto-smentiva: avrebbe anche potuto mollar prima, e chissà come sarebbero stati quei vent’anni, se davvero avesse virato con anticipo. Insomma, nel qui e ora si ritrovava adagiato sul suo divano, in pigiama, di prima mattina, già sintonizzato su Omnibus con un respiro che non era il suo solito, bensì più gonfio, agitato. 

In tale condizione, si era poi ricordato di quando, da ragazzino, aveva smesso di giocar a calcio perché nella squadra del suo paese, lo stesso dove abitava e dove risiedeva il distributore di benzina dalle tinte grigie, verdi e arancioni, cioè Savignano sul Rubicone, era arrivato un portiere più alto di lui, più talentuoso, che oltre a parare meglio sapeva rinviare da fondo campo con lanci più lunghi dei suoi. Lo stesso pattern si era poi ripetuto anni dopo, ai tempi del suo primo impiego presso una piccola ditta informatica: gli piaceva, si trovava bene e nutriva il sentimento che molti nutrono al primo sfruttamento lavorativo, ovvero che le sue giornate avessero acquisito un senso, non solo pratico ma esistenziale, e che quindi si potesse stare al mondo senza trambusti e senza sentirsi precipitare di continuo, insomma, in equilibrio. Le mansioni di Comandini erano: debellare dai virus i computer della clientela, ficcando spesso il naso nelle cartelle contenenti foto, installare programmi e di rado s’occupava pure di stampanti, scanner, masterizzatori scassati e via via. Due colleghi lo accompagnavano, uno era Ercole, l’altro Fabio. 

Ercole, secondo Gianni Comandini era un gran lavoratore, peccato che era sfortunatissimo come essere vivente: il primo dei suoi figli era emigrato in Inghilterra e non rincasava neanche a Natale o a Pasqua, il secondo soffriva di dubbi sintomi neurologici; certe mattine si svegliava paralizzato, poi verso ora di pranzo ritrovava la quadra. A causa di tale deludente prole, Ercole era spesso e mal volentieri giù di corda; per lavorar bene e mantenere alti ritmi ricorreva al caffè e alla cocaina. Fabio, invece, era tutt’altro esemplare: un tipo smilzo, somigliante a Rudy de La carica dei 101, sedentario, tisanaio e tirchio nel parlare e nella confidenza, fruitore fisso di voce bassissima; ogni mezz’ora, massimo un’ora telefonava alla moglie e, sottovoce, le diceva: «Ma quanto ti voglio bene, ma quanto ti amo, piccola mia?», e altre zuccherose affermazioni del genere. 

Comandini c’aveva, in quel periodo, il sentore che lavorando lì per anni e anni avrebbe assunto i tratti peggiori ora di uno ora dell’altro. Dunque le cose erano si erano sviluppate così: come suo solito, all’inizio Comandini aveva dato anima e cervello per imparare, lavorando fuori orario e anche di sabato; a mo’ di spugna assorbiva competenze e furberie dai colleghi, leggeva riviste di settore e s’immolava per le esigenze di ogni cliente, soprattutto se femmina; ma non appena si era un minimo abituato alla routine e all’essere scafato, l’inerzia era subentrata a farla da padrona, unita all’insoddisfazione, e dato che era ancora sbarbo e impulsivo si era licenziato subito. 

C’è da tenere conto, per capire in profondità il soggetto, che fin da bambino Comandini era stato accompagnato dall’idea che sarebbe morto nel momento più felice della sua vita, stirato da una macchina. Era un’idea precisa, netta, come certificata da un ente regolatore, cosicché lui la considerava una premonizione di sicuro avveramento. Proprio per questo, mollata l’informatica aveva pensato bene di diventar benzinaio: annaffiare i serbatoi delle auto, si era convinto, lo avrebbe posto al riparo da destini avversi in quanto fedele servitore dei loro motori, frizioni e bielle; un po’ come pregare il Signore sperando che un domani non ci uccida, purtroppo invece ci uccide tutti o comunque tutti muoiono, che sia per mano sua o no ancora non si sa. 

Gianni Comandini s’era così introdotto nella salopette grigia, arancione e verde col logo del distributore sul petto, e anno dopo anno aveva pian piano smarrito l’energia della giovinezza, un po’ odiando sempre più la vita perché lo costringeva a un lavoro da asino da due soldi, appena sufficienti per garantirsi un tetto e due pasti in bianco giornalieri, un po’ amandola comunque, però senza motivi precisi. Gli capitava, al contempo, di covare delle vendette, era affascinato dai terroristi islamici e per un paio di settimane, nell’estate dei suoi ventisei anni aveva progettato nei minimi dettagli come far saltare in aria il distributore, ma poi s’era detto che era meglio di no: meglio aspettar qualcun altro più incazzato, più vessato dalla realtà e con più verve, che quindi avrebbe potuto compiere danni maggiori, tipo assaltare il Parlamento, sgozzare gli onorevoli, Emma Bonino in primis. 

Ma torniamo alla cronologia degli eventi, ovvero a ciò che è seguito al licenziamento del nostro Gianni quarantaduenne. 

Aveva sì pensato d’aver fatto una gran cappella a disoccuparsi, ma poi i sensi di colpa, di pippa al culo e d’irreversibilità erano scemati, fino a scomparire. Primo, perché Gianni si era fiondato subito al sindacato per chieder il sussidio, e gli avevano garantito due anni di bonifici mensili al settantacinque percento del suo ultimo stipendio; lì, un radioso sorriso aveva pervaso la sua faccia da orecchio a orecchio. Era talmente contento che aveva baciato la mano all’impiegata, una donna con molti nei e molti ciccioli di pelle aggrumati sulle guance, rossa di capelli, con due tette enormi che Comandini aveva contemplato beneficiando della scollatura a v del maglioncino di lei, rosso pure quello. Secondo, perché aveva poi riscoperto la bellezza impossibile del tempo libero, quindi del poter pascolare in piena gioia sia per casa sia fuori con l’assoluto favore delle ore e delle fasi solari e lunari; andava in giro per Savignano con una vecchia Nikon analogica ritrovata in un cassetto e scattava soprattutto alla gente, quasi mai alle cose, però a volte sì: la foto forse più riuscita l’aveva fatta all’insegna gigante, posta sopra un palazzone popolare, di Lavoropiù, “lavoro” in led rosa e “più” in azzurro. Venendo alle foto alle persone, s’ispirava a fotografarne due categorie in particolare, le stesse privilegiate per le scialuppe durante l’affondamento del Titanic: donne e bambini. In ordine volutamente sparso gli erano capitati all’obiettivo: un bimbo asiatico molto grasso su una biciclettina striminzita, una tipa con un cappellino rosa e una stampella che camminava priva di una gamba, un’altra con un maglioncino scollato che ricordava l’impiegata della CGIL. Non che fosse un gran fotografo, scattava spesso da lontano in quanto timido, codardo nell’avvicinarsi, per cui le foto riuscivano più che altro nella sua testa; quando invece portava i rullini a sviluppare, i soggetti eran sempre distanti e risaltavano gli sfondi, insulsi e immortalati senza visione. Gianni Comandini aveva così pensato, a ragione, che non tutto nella realtà è come ci si aspetta che sia, e che sarebbe quantomeno saggio praticare uno sguardo che tenga conto di più prospettive insieme: dello sfondo, ad esempio, invece che focalizzarsi sul proprio punto d’interesse o di arrapo. Terzo, perché non avendo più orari non puntava sveglie: di notte usciva, bighellonava, non a fotografare in quanto la sua Nikon sopportava appena 200 ISO, ma a fiutare eventuali amicizie o amori, pratica che si era sempre precluso in passato; si riteneva una persona non meritevole di romanticherie o sentimenti anche basici, difatti era vergine. In quelle notti scaraventava sguardi truci alle ragazze, a occhio nudo, immaginandosi coiti con questa o con quella ma senza aprire mai bocca, eppure anche così gli pareva di ottenere tanto; tornava a casa con un ricco catalogo di immaginazioni, sconcezze e porno-dettagli che gli tenevano una discreta compagnia nella sua libertà e solitudine. 

Uno dei lati negativi di tutto ciò, perché ce n’erano eccome, di lati negativi, era che Gianni non parlava con nessuno per settimane, al netto di commesse del supermercato dove si riforniva di pane e acqua; si rendeva conto che così la voce gli ammuffiva in gola, creandogli un peso lungo il tratto faringeo e nel petto. S’immaginava la sua gola come un tubo idraulico otturato da calcare, muschio, e per stasarlo tirava giù tutte le tapparelle in casa, chiudeva porte e finestre, si posizionava al centro del salotto e, piegato sulle ginocchia come per defecare in una turca, urlava più che poteva. La prima volta, per riuscire a sbloccarsi, siccome era introverso anche nel privato, aveva rivissuto mentalmente la semifinale dei Mondiali 2006, esultando come un marito represso per il gol di Fabio Grosso alla Germania. Le volte successive, invece, gli era riuscito tutto spontaneamente grazie alla vista della sagoma di sé riflessa sul pavimento: da una riscoperta libertà era transitato all’ingrigimento del non aver uno scopo nella vita, ciò gli scatenava grida acute e disperate. 

Insomma, le prime settimane felici erano già scivolate via e Comandini stava peggio di quando lavorava: prima, per l’appunto, identificava il nemico nel lavoro ed era conscio che, da un giorno all’altro o da un anno all’altro, avrebbe potuto liberarsene con un colpo di testa. Adesso, al contrario, il nemico era in lui e non poteva disfarsi di sé se non ammazzandosi, magari buttandosi di sua spontanea volontà sotto una macchina evitando di attendere invano la realizzazione, come da profezia, di un incidente fortuito. Però non gli pareva furbo, né conveniente come piano: aveva pur sempre la sua Nikon e le sue seratine spassose, eppure la solitudine lo divorava così tanto che certe mattine considerava davvero di uscir di casa con l’unica commissione di compiere un gesto estremo. 

Due anni erano passati, e il sussidio disoccupazione del Gianni, divenuto quarantaquattrenne, era terminato. Di lavoro non ne voleva sapere, seppur l’impiegata della CGIL c’avesse provato a sedurlo con un part-time da magazziniere al Conad. Nel frattempo gli era cresciuta una folta barba marroncina e i suoi capelli, lunghi fino a metà schiena, si disunivano in ciuffi sudici; lo completavano due guance scavate e gli occhi vuoti. Oltre a regredire nell’aspetto era peggiorato anche nell’indole, nella capacità di sguardo e nel gusto: la sua Nikon non inquadrava più ragazze bensì natura morta, foglie secchie, fiori appassiti, piccioni in putrefazione, gatti stirati, insomma la morte in tutte le sue vesti. In compenso la resa delle foto era di molto migliorata proprio perché, è risaputo, l’arte non riesce quando è goduta ma quando si burla dell’artista lasciandolo, come in questo caso, prima disoccupato poi sul lastrico, solo e prossimo al suicidio. Sembra un cliché ma è la verità. Comandini aveva a fatica continuato a fotografare e a vivere, finché anche i soldi per i rullini erano finiti, così come quelli per l’affitto, per il cibo di breve scadenza recuperato nei cestoni e per le bollette. Si era ridotto a un gatto abbandonato, ogni angolo del suo appartamento era in disordine e puzzolente, circa come lui.

L’ultimo giorno della sua vita, così aveva deciso, sarebbe stato il primo giovedì di giugno: era uscito di casa senza Nikon, a passo lento, smorto; si era incamminato per un campo d’insalata di un contadino e dopo un’ora buona aveva raggiunto l’autostrada: scavalcato il guard-rail con grande agilità dovuta all’imminenza della fine, s’era buttato in carreggiata urlando: “Io muoio felice!”. Una Citroën C3 l’aveva investito, per forza di cose, e in un rocambolesco susseguirsi d’inchiodate, fischiate di gomme, tamponamenti di paraurti e airbag esplosi, il denutrito corpo di Comandini era stato rimpallato da un’auto all’altra, quasi come se nessuna volesse assumersi la briga di dargli il colpo di grazia, per poi atterrare sul cofano di una Panda guidata da una donna vestita a righe; di lì era scivolato al suolo, assestandosi esangue sull’asfalto rovente del mezzogiorno. I soccorsi eran giunti con esagerato anticipo, e per una serie di coincidenze fortunate o sfortunate che dir si voglia, Comandini era finito all’ospedale Bufalini di Cesena, dove in paio d’ore aveva ripreso conoscenza e piena lucidità. Era tutto fratturato e scomposto, oltre che esasperato. Sulle prime c’aveva provato a staccar via flebo, ventose e cavi, però poi s’era rassegnato alla vita. 

Un pensiero fisso gli aveva tenuto compagnia, relegato al letto d’ospedale a una piazza scarsa, in quei giorni: se avessi continuato a far il benzinaio, a quest’ora non sarei qui, ma sotto la tettoia con addosso la mia salopette tricolor. Fatto sta che un mese e mezzo dopo era stato dimesso, ritrovandosi di nuovo da solo nel suo porcile di casa senza cibo né soldi, né speranze, issato su due stampelle avute in prestito, e lì era scoppiato a piangere. Poco dopo, con un moto di stizza, seppur ostacolato dai traumi del fisico e dal gesso alla gamba destra, in appena tre ore aveva riordinato le stanze, lavato panni e pavimenti e venduto dall’home banking dei BTP a dieci anni che si era scordato di possedere, per un totale di quattromila euro: con la ritrovata liquidità avrebbe potuto campare in pace qualche mese, poi ritentare a morire.

Invece, l’ingresso nella sua vita di una donna aveva coadiuvato la sua rinascita: era una coi capelli ricci, fittissimi e corti, neri ma anche un po’ bianchi, sulla quarantina, che si vestiva quasi sempre a righe; ebbene, proprio colei che, alla guida della Panda quel giovedì di giugno, s’era vista atterrare Comandini sul cofano. La donna aveva rintracciato il domicilio del nostro antieroe tramite l’assicurazione, e in una tarda mattinata infrasettimanale si era presentata alla sua porta con due muffin e la scusa di chieder come stava, magari aiutarlo in qualcosa se aveva bisogno. In realtà il suo obiettivo era sapere perché e percome Comandini aveva tentato d’ammazzarsi, dato che anche lei ne era sedotta in quel periodo, per il motivo che la sua vita non stava procedendo nel successo come s’era immaginata da bambina. Ma vedendolo in faccia, domande non si era sentita di porne, per cui i due avevano preso a frequentarsi ma senza troppo dialogo, comunicavano a sguardi imbarazzati e molesti e si supportavano a vicenda con pratiche carinerie: lei dava una mano a lui nel rimettersi in carreggiata, lo accompagnava alla CGIL, a far spesa, dal parrucchiere, lui aiutava lei offrendole la scarsa ma tangibile compagnia di un uomo solitario, musone e antisentimentale, tris di caratteristiche che fa impazzire certe donne e che le spinge a tirar fuori la loro vena infermieristica. Per arrivare a effusioni e baci c’erano voluti sette mesi, più o meno i tempi che avevano i ragazzini nel Dopoguerra. 

Comandini, guarito in tempi record, s’era poi presentato all’agenzia interinale Lavoropiù e dopo una settimana era rientrato nei suoi panni di benzinaio, non presso il distributore di prima, bensì un altro dalle tinte blu e bianche; lavorando sotto un’enorme tettoia, adesso si sentiva protetto e sorrideva fiero di appartenere all’industria del petrolio. Verso fine novembre aveva nevicato e a Gianni non era parso che il mondo si capovolgesse o simili, anzi, pensava fisso alla sua lei, a come sarebbe stato guardar scendere la neve insieme, appaiati alla finestra nel tepore dei termosifoni ustionanti. Sul lavoro s’immolava per la clientela, stavolta però con costanza e resistenza; la grinta ritrovata gli faceva riapprezzare le automobili e nei momenti di noia o angoscia tornava col pensiero a lei, impiegata in un patronato ACLI dove già gestiva per entrambi la burocrazia dei vari bonus bollette, biciclette, vacanze, riservati a chi ha un ISEE sotto la soglia di povertà. 

Tale affiatamento li aveva condotti alla convivenza: Gianni si era trasferito nell’appartamento con mutuo trentennale in corso di lei, arioso e dotato di asciugatrice; anche l’arredamento richiamava quasi ovunque il rigato: tovaglia in cucina, rivestimento del divano, tappeto del salotto e lenzuola del letto, tutto a righe. La loro quotidianità avanzava perciò con giustezza; lavoravano entrambi le classiche otto ore, dal lunedì al venerdì; cenavano insieme ogni sera, poi nel fine settimana uscivano per lunghe biciclettate riabilitative sui colli di Cesena, oppure si dedicavano al sesso sfrenato: era in estasi, lei, dal venerdì alla domenica, in quanto Gianni, avendo appena scoperto il tabù, era così in calore e motivato a recuperare gli arretrati dei suoi decenni di castità che ci dava dentro come un cavallo.

La sanità mentale di Comandini era così rientrata nell’ordine e nell’ordinario. Non che si entusiasmasse dell’uomo che era, però avendo guadato fiumi burrascosi, toccato il fondo della solitudine e dell’asfalto autostradale, ora sapeva apprezzare il valore e il successo della normalità. A volte si commuoveva accorgendosi di respirare, insomma, non dava niente per scontato. Si sentiva fortunatissimo a trovarsi ancora nell’emisfero della luce e non in quello del buio; ringraziava Dio per ogni briciola di pane o piadina e non mancava mai di baciar lei appena sveglio e prima di dormire, come per recintare il tempo del sonno: lì perdeva coscienza in cambio del riposo, lo accettava, però non vedeva comunque l’ora di tornar sveglio, vigile, di esserci, esserci, esserci. Non avrebbe mai abbandonato la sua lei, non era più il tipo di persona sbrigativa che si stufa subito delle robe, la morte scampata lo aveva ispessito nell’etica. Motivo per cui, con la sua Nikon non sprecava rullini fotografando qua e là l’altrove, bensì solo e sempre lei nei piccoli riti casalinghi, ad esempio quando si faceva la ceretta all’inguine o ai baffetti.

Da qui in poi tutto è proceduto con serenità e garbo, eviteremo quindi di riportare le successive e tristi vicende della vecchiaia e del fine vita. Figli, cani o gatti non ne hanno mai cercati perché si bastavano, in compenso avevano dotato l’appartamento di un robottino aspirapolvere da lei soprannominato Asdrubale. Tornando invece ai due omuncoli della ditta informatica, quell’Ercole e quel Fabio, è interessante riportare che Ercole, dopo aver raggiunto la pensione, si è trasferito in Inghilterra dal figlio rovinando tutto ciò che la distanza geografica crea di buono nelle famiglie, mentre Fabio è ancora dipendente della ditta, fisso alla sua postazione da dove ogni mezz’ora circa telefona alla moglie per ribadirle a vocina sussurrata la sua possessività tossica. A Gianni Comandini, sia Ercole che Fabio non ripensano mai, questo perché ognuno di noi è portato a dimenticare le persone che non vede più, e tutto sommato è meglio così.

(Foto di Hans Eiskonen su Unsplash)

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