Il logorio della vita moderna minaccia la nostra esistenza. E allora? Avrei potuto affidarmi alle virtù salutari del carciofo, invece qualche giorno fa mi sono concesso una minivacanza. Quattro giorni, con il fine settimana in mezzo. Un treno e un aereo all’andata, un aereo e un treno al ritorno. E siccome nei viaggi mi affido ancora a quel gesto meticoloso che è leggere – inaugurato sui treni dagli uomini del 1825 o giù di lì, stando a quel che diceva la sigla di Pickwick – ho iniziato un nuovo romanzo. Ma il problema con i romanzi, in questi casi, è che li devi interrompere quando arrivi a destinazione; con un racconto invece il rischio è che sia troppo breve rispetto alla durata del viaggio. Insomma, la soluzione migliore sarebbe una bella rivista.
Permettetemi allora qualche consiglio di lettura per le vacanze, tanto più che l’editoria indie è in pieno fermento ultimamente. Proprio a luglio è uscito il secondo numero della rivista letteraria Manaròt, un progetto curato da Nicolò Tabarelli e Davide Gritti che raccoglie autrici e autori legati all’area geografica del Trentino, dell’Alto Adige e delle sue diramazioni. Una rivista di rottura che, non a caso, prende il nome da un termine che in dialetto trentino significa “ascia”, e che punta molto anche su una veste grafica originale e di forte impatto. Un trait d’union, la grafica, con un altro magazine sperimentale di cui in questi giorni è in uscita il terzo numero (e che insieme a Manaròt, CTRL e altri si inserisce nel collettivo di editori indipendenti milanesi Cicuta): Quanto.
Quanto è un magazine di letteratura speculativa, dove per speculazione si intente l’esercizio di considerare il contingente allontanandosi narrativamente nel tempo e nello spazio: nel passato, nel futuro e in luoghi esotici. Dalla teoria fisica dei quanti, che si comportano in maniera imprevedibile e inusuale, prende il nome e la caoticità, perché anche la rivista cambia sempre. Ogni numero è un mondo diverso, con carte e inchiostri diversi, impaginazione diversa, fumetti, illustrazioni, grafiche o pagine di giornale. Lo scopo del magazine – dicono i creatori Giovanni Cavalleri e Zeno Toppan (con i quali ho già chiacchierato su queste pagine virtuali in occasione del via al progetto di recupero delle opere di Grazia Deledda per Utopia Editore) – è quello di esplorare nuove forme di letteratura, passando attraverso l’oggetto libro stesso che deve incarnare la materia narrativa e deve essere al contempo contenitore e contenuto.
Quanto è una saga narrativa che racconta la fine dell’umanità nel suo smarrirsi tecnologico (vedete che il logorio della vita moderna non affligge solo me?). Ogni numero contiene una macro-storia, un vero e proprio universo narrativo indipendente e autoconclusivo, ma tutti i numeri sono legati tra loro da un filo rosso di rimandi e ritorni. Si viaggia nel tempo e nello spazio in modo non lineare, fino alle estreme conseguenze di una realtà che accelera, più o meno inconsapevolmente, verso il transumanesimo. Nel primo numero vediamo un mondo distopico governato dall’Azienda, una multinazionale che dà la caccia alle emozioni umane e alla creatività che queste sanno generare. Le intelligenze artificiali sono al tempo stesso intimorite e incuriosite di fronte all’arte, che per quanto si sforzino non riescono a riprodurre. È il primo numero ma rappresenta la fine, il punto d’arrivo. Gli altri numeri fungono invece da prequel, e mostrano ai lettori come si giungerà, un giorno, ad amare le macchine come si faceva con le divinità, ma con ancora più timore e reverenzialità.
Nel secondo volume scopriamo la tribù dei Bintù, tra antichi rituali, sogni lucidi che mettono ogni cosa e persona in connessione, divinità uccello e una grande bocca che tutto divora, anche se stessa, simbolo della minaccia del progresso capitalista sulle immutate tribù indigene. Il terzo numero invece ci porta a Bangkok, con una storia lisergica che inscena la fine del mondo a opera di una catastrofe tecnologica. La città è stata divorata dalla natura e tra le liane dei grattacieli le scimmie sussurrano e hanno imparato a parlare una lingua a noi sconosciuta (ma non temete, nella rivista trovate anche un sillabario). Su questo sfondo si contrappongono due forze: quelli che vogliono ricostruire il mondo come era prima, tra soldi, debiti e progresso, e quelli che invece sono disposti a combattere per un’altra idea di umanità, fondata più sulla mistica che sulla logica.
Oltre al racconto lungo firmato da Toppan troverete sette racconti brevi di Francesca Scotti, Giorgio Ghiotti, Nicolò Porcelluzzi, Achille Filipponi, Alice Scornajenghi, Alessandro Monaci e Marzia Grillo. Sette sono anche le illustrazioni commissionate ad altrettanti illustratori italiani e internazionali (la più conosciuta è Elisa Seitzinger, disegnatrice tra le altre della copertina di Febbre di Jonathan Bazzi, edito da Fandango Libri). Questa rivista vuole essere anche un oggetto esteticamente unico e da collezione, per cui sarà stampata in 750 copie e non ci saranno ristampe.
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Bonus track: durante il primo lockdown del 2020 per l’emergenza Covid-19, sul profilo Instagram @quanto_magazine, sono stati pubblicati oltre 70 racconti brevi (max. 3000 caratteri) che hanno preso il nome di Quantiche, partendo da una open-call che coinvolgesse i lettori della rivista per creare contenuti legati a quel particolare momento che ha sconvolto le vite di tutti. Anche qui la sperimentazione è sia nel merito che nel metodo, con un sistema di impaginazione e lettura a scorrimento dove i carousel Instagram diventano copertina di ogni racconto e pagine virtuali da sfogliare. Se vi ho incuriositi vi consiglio di partire da lì. Se cercate bene ci trovate anche un mio racconto.
Francesco Ventrella è nato a Modugno nel 1991, è cresciuto a Ravenna e attualmente vive e lavora a Milano. Si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna e ha conseguito il Master in Arti del racconto alla IULM. Giornalista e videomaker, scrive per Esquire e lavora come visual editor per Hearst Italia. Su Medium: https://francesco-vntr.medium.com/
