Tre prove

 Cristiano Ronaldo è tre immagini identiche estratte da una serie senza fine. Tre prove.

Nel 2014 la finale di Champions League è un derby. Cristiano Ronaldo gioca una partita inguardabile. Il Real sta perdendo contro l’Atletico Madrid (allora erano nove Coppe dei Campioni a zero – un’egemonia cittadina inscalfibile se non quella sera) fino al terzo minuto di recupero. Su calcio d’angolo Sergio Ramos segna. Si va ai supplementari. Il Real ne fa altri due – Ronaldo neanche entra nelle azioni. All’ultimo minuto, quando si aspetta solo la fine, l’arbitro assegna un rigore inutile. Cristiano lo batte e segna il 4 a 1.La sua gioia è fuori scala, è paonazzo, esagitato. Si toglie la maglia, mostra muscoli e addominali. Vincerà il Pallone d’oro.

Nel 2016 la finale è di nuovo il derby, lo stesso derby. Segna subito Sergio Ramos, ancora. Stavolta è l’Atletico a pareggiare in extremis. Stavolta si va ai rigori e tocca a Ronaldo battere quello decisivo. Ha giocato di nuovo male, quasi non c’è stato. Si presenta al dischetto pallido, di un bianco estremo, stranamente guarda in volto il portiere. Che è un grande portiere. Ronaldo tira male il rigore, ma la palla entra lo stesso. Il Real vince, per lui sarà un altro Pallone d’oro. Corre appena verso la curva, poi si toglie la maglia, ma la maglia s’inceppa. Resiste allo strappo. La sfila con tutta la forza che resta dopo centoventi minuti di scatti. La maglia resiste. La tira con ogni muscolo. Divelle la maglia, la sfilaccia. Le maniche si allungano innaturali, sembrano le braccia penzoloni di un clown. Lui mostra al pubblico strisce sformate di maglia bianca, accumula foto.

Nel 2018, ai quarti, Cristiano deve battere un rigore contestato all’ultimo minuto. Davanti ha la Juve, atterrita all’andata da una sua rovesciata scolpita in aria e ora incredibilmente in rimonta. Non guarda nessuno. Per decine di secondi, mentre attorno è il finimondo, è perso in una concentrazione irreale. Tira fortissimo e qualifica il Real. Si toglie la maglia. Mentre i compagni lo abbracciano serra la morsa dei denti. La maglia è per terra, il bicipite straripa. Rivincerà la Champions.

Un indizio

Cinque anni dopo è pomeriggio tardi, è agosto. La prima di campionato: Udinese-Juve. Controllo la partita con l’app più fidata. Siamo io e la geolocalizzazione del match. La partita vera dà troppa tensione, meglio seguire una pallina che si muove sullo schermo. Ogni dieci secondi le didascalie cambiano e la mente intanto viaggia, immagina, desidera: ‘Ball safe’, ‘Dangerous attack’, ‘Penalty awarded’. Avanti così.

Quel giorno – è tardi, è fine estate –, Ronaldo è entrato in campo dalla panchina e ha sbagliato un gol quando la squadra era ancora in vantaggio. A sette minuti dalla fine il suo portiere ha commesso un errore di quelli che gli avversari ridono mentre pareggiano e ride l’Italia intera da che si vinceva due a zero. Ma restano sette minuti, basta un gol.

Nell’eternità i minuti passano. Proprio alla fine accade che empatizzando col pallino geolocalizzato questo vada avanti. Molto avanti. Un dangerous attack, again. È il quarto di recupero quando Ronaldo segna. È volato in cielo altissimo come sempre –sembra –, per un tempo inumano –dicono –,e con la fronte ha spinto forte la palla oltre il portiere. Sette secondi dopo mostra il petto al pubblico, nudo come decine di altre volte. Come quando ha sfilato la camiseta blanca posseduto dall’ebbrezza per un rigore inutile. Come quando dopo un rigore decisivo l’ha sfilacciata, allungata tutta. Lo fa di nuovo – il re ora è nudo.

Cento secondi dopo il gol viene annullato. Fuorigioco. Il re ride beffardo. Prende un’ammonizione scontata, ride di fronte alle telecamere.

Quattro giorni dopo Cristiano Ronaldo passa dalla squadra più odiata d’Italia al Manchester United dove è cresciuto, dove ha vinto il primo Pallone d’oro, dove è diventato re.

Perché, mi chiedo, si è tolto la maglia d’agosto, al passo d’addio? Perché? Cosa mostra, a chi mostra, quando segna e poi è nudo, in una partita oscura, una partita estiva? La grazia, mi dico. La grazia.

Il test

A questo punto ci vuole un passo indietro. E un piccolo aiuto da Walter Benjamin, dal suo saggio più famoso, L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica. In un passo non troppo noto Benjamin confronta sport e cinema e li appaia sotto il concetto di ‘test’. Lo sportivo e l’attore, dice, sono sotto test. Sono ‘stressati’ dall’esame. E in effetti per nessuno come Ronaldo ogni partita è quella che Benjamin chiama «prestazione sottoposta a test». Lui conosce il suo corpo, lui controlla se stesso e si offre in pasto al pubblico, al suo esame. Ma Benjamin, nel paragrafo in cui confronta test sportivo e ‘prestazione’ cinematografica, si dilunga sulle differenze. Lo sportivo agisce di fronte a un pubblico. L’attore di fronte a un dispositivo tecnico che riprende e valuta le diverse esecuzioni di una stessa azione.

Cristiano invece, ottant’anni dopo quelle pagine celebri, è le due cose insieme. È uno sportivo, ci mancherebbe, ma è ‘attore’, chiaramente attore, è performer di se stesso nello stress di essere continuamente sotto test. Ronaldo – è una specie di tic – guarda sempre il megaschermo dello stadio per vedere se è inquadrato. Si aggiusta i capelli. Sembra compiere gesti a comando, come te li aspetti da chi sa di essere in scena. Ronaldo sportivo è Ronaldo attore: è l’esibizione costante di un’attenzione spasmodica alla cornice, a quella che Benjamin chiamava l’‘apparecchiatura’ (in tedesco suona quasi meglio: Apparatur). Ronaldo interpreta se stesso in «prestazioni adottabili in determinate condizioni sociali», quelle del migliore sportivo di sempre (goat – greatest of all time) inquadrabile da un occhio pubblico.

Quest’aspirazione, e la ‘performance’ che vi è connessa – destinata al filtro dell’apparecchio –, per Benjamin «produce una nuova selezione, una selezione di fronte all’apparecchiatura, da cui escono vincitori il campione, la star e il dittatore». Sport, cinema, politica, nella società di massa sono una selezione di test riusciti.

Lasciando stare la politica, che pure allora – 1935 – dava molto da pensare, oggi Ronaldo è una sovrapposizione delle prime due sfere. La giustapposizione è evidente proprio quando apparentemente gode. Quando vince la sua ennesima Champions, Ronaldo fa il segno del cinque. Sta elencando al pubblico –televisivo, virtuale – quante ne ha collezionate. Quando sta perdendo contro l’Atletico, gliele rielenca: 5. Cinque coppe io, e voi milioni mai nulla. Sapendosi ‘esposto’, inscena un test su se stesso. Mostra a tutti il risultato.

Record

Cristiano è un record di test riusciti. Lo prova ogni giorno. Per togliersi la maglia c’è bisogno di un corpo perfetto, di un ascetismo quotidiano senza pari. Quando appare in pubblico, Ronaldo è sempre in palestra, poi sul campo a gonfiare i quadricipiti. Dopo la partita è nudo nella vasca, a mettere i muscoli in ghiaccio. Cristallizza per tutti la sensazione di un lavoro che è una prova continua.

Ronaldo nudo che festeggiando stressa i muscoli è uguale a Ronaldo che non smette mai di allenarsi. Non ha tempo per godere perché già lavora al prossimo obiettivo (personale che poi è di squadra ma in fondo è personale): Ronaldo si mostra come persona sotto esame. È la messinscena per le masse di un esame continuo e del suo superamento.

Di fronte all’esposizione a un pubblico potenzialmente infinito (da sempre “familiar to millions”, ora seguito da milioni di follower su IG), Cristiano ha scelto come brand – il marchio che va esposto – esattamente il record. Da anni, da quando ha cominciato a percepirsi come “il più forte di sempre”, Ronaldo conta. Cosa conta? Non solo i milioni che guadagna, o gli utenti che lo seguono, ma i numeri che aggiorna a ogni match anche perduto e che vengono sciorinati a ogni partita, urbi et orbi, su ogni social. Coi suoi record sollecita il pubblico che lo esamina, lo fa sempre.

Ronaldo è statistica esposta a far parlare i numeri. «Sono queste misurazioni a stabilire il record sportivo», dice Benjamin in una prima versione del saggio sull’opera d’arte. Dove spiega che tra le varianti della stessa scena di grida d’aiuto il montaggio opera una scelta: «si può anche dire che stabilisca il record tra queste grida». Come lo sport, pure il cinema misura e fissa un record, registra il vertice tra azioni uguali. Poi lo propone al pubblico che, pur distratto, esamina, attesta, verifica.

Mucchi

Cristiano gira la stessa scena da vent’anni per ottenere un nuovo record. A breve farà ottocento gol, ottocento giravolte, decine di ammonizioni per maglie tolte per gol decisivi. Ronaldo accumula.

In Massa e potere (1960), Elias Canetti inserisce tra i simboli di massa (quelle “unità collettive che non sono costituite da umani e che pure vengono sentite come masse”) i mucchi, i tesori. I tesori sono mucchi che non possono deperire, possono solo crescere. Ma crescono soprattutto nella mente di chi accumula: «l’immagine del possessore che conta in segreto il proprio tesoro è impressa nello spirito umano», dice Canetti.

Ronaldo conta in segreto da anni. Da anni sa che deve cumulare gol e quindi record. Deve provare in sé quella che Canetti chiama «la delizia del numero zampillante». Gocce di record che zampillano, gocce indifferenti l’una all’altra, misteriosamente equivalenti. Un gol contro l’Estonia è uguale a uno contro l’Empoli che è uguale a uno contro il Bayern. Una rovesciata contro la Juve è uguale a un gol di ginocchio col Sassuolo, un rigore regalato uguale a un tiro a effetto da trenta metri. Nulla conta davvero, se non che si posino sul cumulo: «quanto più è fitto il mucchio, tanto meglio» (ancora Canetti).

Mentre i record zampillano, Ronaldo li espone. Ha l’onere di esibire ogni volta la prova. Il corpo nudo che fatica, il corpo nudo che gioisce. L’esercizio perpetuo per mostrare di essere vertice inarrivabile per chiunque altro – di essere eletto, il migliore, da sempre. L’ascesi totale come prova della grazia. Il record come professione.

L’ufficio del gol

Non doverlo più tifare apre oceani di domande trattenute. E quindi la domanda, l’ultima domanda prima di lasciarlo, noi sommersi, al suo destino di salvato.

Perché togliersi la maglia per un gol che ‘conta’ nulla? Il gol n. 102 con la Juve era l’ultimo gol, lo si sapeva e lo si negava: Ronaldo era destinato alla cessione, la voleva. Un gol il 22 agosto alla prima giornata merita l’esibizione di muscoli solo nella sua logica espositiva. Perché è decisivo, è un addio perfetto per l’individuo e per la squadra. Va celebrato perché è prova della grazia.

E la grazia va provata ogni giorno nella massa dei perduti.

Cristiano, di cultura cattolica, greco-romano nel profilo da statua, Ronaldo è un puritano fatto e finito. A innervarne i muscoli è ciò che Max Weber ha chiamato ‘spirito’ del capitalismo. Nella faida tra correnti che seguì la Riforma protestante, questa la tesi di Weber, questo spiritosi fece economia da che era teologia, correggendola più feroce tra le dottrine riformate, il calvinismo. Qual è il nucleo di una dottrina che Weber chiama “di patetica disumanità”? «Poiché i decreti di Dio sono immutabili, la sua grazia, come non può essere perduta da coloro ai quali si rivolge, così è irraggiungibile da coloro a cui la nega». Ronaldo ha la grazia e la espone facendo ciò che sa fare.

Weber trova in Richard Baxter – un teologo puritano del Seicento – le parole per spiegare come la professione coincida con la specializzazione: c’è uno «scopo provvidenziale dell’articolazione delle professioni» e si vede «dai suoi frutti», perché «rende possibile la pratica (skill) del lavoratore, conduce al miglioramento qualitativo e quantitativo della prestazione lavorativa e quindi serve al bene comune».

Ronaldo sa di essere speciale da quando si è specializzato. Nella sua seconda fase al Real Madrid ha capito che per ‘dimostrare’ doveva essere speciale in una funzione soltanto: quella del finalizzatore. Ha capito il gol come prova definitiva e quotidiana, lavoro da specialisti.

Più allenamento delle skills, più gol. Più gol, più vittorie. Tutto grazie all’ascesi – la vita ordinata in una professione stabile, un esercizio continuo di virtù. Cumuli di virtù. Cumuli di frutti. Il mucchio del raccolto è la prova della grazia.

Sola gratia

Ronaldo è nella grazia e perciò è solo. Una solitudine interiore devastante, che emerge dalla vita da nababbo, ma a volte in campo quando gioca partite per sé, con sé, dove si lamenta di avversari, compagni, arbitri, per poi sempre segnare, spogliarsi, cumulare. Anche nella devastazione della sua partita peggiore, Ronaldo sa di avere la grazia dalla sua parte. Ogni gol è una conferma, ogni gol comprova la grazia. Ogni rigore è un test: un’occasione da esporre. E tuttavia un errore è nulla, Ronaldo sa ab aeterno che l’errore sarà smentito poco oltre.

L’unico obiettivo, in un corpo senza tempo ogni giorno scolpito, raggelato nella sua perfezione, l’unico obiettivo è che il tempo passi. Perché ogni partita un nuovo record spezzerà le reni al precedente. Cristiano sarà lì, fino alla fine, funzionario della burocrazia dei record. E alle masse dirà, nell’immagine esposta, cos’è davvero il lavoro, cosa il valore e il merito, cosa la grazia e pure il piacere.

Officerà il culto del capitale – senza tregua, in pieno controllo dell’ufficio. Da un mucchio di magliette sfatte zampillano i suoi record.

 

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Autore

malpassimo@minima.it

Massimo Palma insegna filosofia politica a Napoli. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil, Alexandre Kojève, lo studio Foto di gruppo con servo e signore, e il saggio I tuoi occhi come pietre (Castelvecchi, 2017 e 2020) e la biografia intellettuale Max Weber. Una vita politica (Carocci, 2025). In francese, per La Variation, sono usciti Velvet Underground. Le son de l’excès (2023) e Walter Benjamin, Substance (2024). Ha curato opere di Max Weber, Georges Bataille, Georg Heym, Fredric Jameson, Walter Benjamin (da ultimo Il mio Kafka, Castelvecchi, 2024). In ambito extra-accademico, ha pubblicato Berlino Zoo Station (2012), Nico e le maree (2019), Happy Diaz (2021), Olanda, 1945. Anne Frank e i Neutral Milk Hotel (Nottetempo, 2023). Nel 2022 ha vinto il premio Franco Fortini per la poesia con Movimento e stasi (Industria e Letteratura, 2021). Nel 2024 è uscito “La conta” (Edizioni Volatili).

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