Che succede quando si smette di dormire, così di colpo, di punto in bianco, da un giorno all’altro? Come si contano quelle ore, come si resiste loro, come le si lascia passare, come le si assorbe, come si distendono sul nostro corpo, lo avvolgono, lo appesantiscono? Ci si alza dal letto stanchi, rattoppati, con gli occhi pesti, gonfi. L’illusione di una doccia e di un caffè suggeriscono che ce la potrai fare e per un po’è vero, ti sembra vero. Ma non è così. Se l’insonnia dura per mesi allora ti spezza, ti fa vagare come se portassi sempre sulle spalle un carico. Ogni mattina non parti mai da zero, ma da meno, dieci, meno venti, meno trenta. Ti pieghi sulle ginocchia, ti accorci, ti raggrinzisci.

La paziente, quarantatré anni, ha sempre dormito bene e riferisce sia la facilità di addormentarsi sia di rimanere addormentata per una media di otto ore a notte, anche in periodi di stress e difficoltà.

Non ho dormito per un anno, e non si è trattata di un’insonnia dovuta a una patologia, a un trauma. La mia perdita di sonno era dovuta all’ansia, alla preoccupazione per la salute della persona amata. Dormivo mezz’ora, mi risvegliavo, restavo sveglio per ore, le tenevo la mano, controllavo che riuscisse a dormire. Ogni suo movimento mi metteva in allarme. Non era insonnia, era amore, poi venivano le giornate e occorreva che fossi attento, concentrato. Accumulavo stanchezza ma non lo sapevo, ho assorbito, ho tirato diritto non fino a che ho potuto, ma fino a che è stato necessario. Abbandonarmi al sonno sarebbe stato abbandonare lei, non è mai stata un’ipotesi.

Ho ripensato a me steso al buio, con gli occhi incollati al soffitto quando ho cominciato a leggere Le infinite notti, libro della bravissima Samantha Harvey, edito da NN editore, tradotto da Gioia Guerzoni. Prima ancora di esserne affascinato, di innamorarmene, ho trovato conforto, perché la modalità con cui Harvey racconta il suo anno d’insonnia mi ha toccato. Le scrittrici di talento, e Harvey è tra queste, sanno come raggiungerti, sono in grado di tenere insieme più cose, a più strati, più livelli. Perciò la sua insonnia ha trovato la mia, ma sono sicuro, a libro finito, che abbia trovato anche chi non ne abbia mai sofferto. Il segreto della letteratura sta sempre nel modo in cui si raccontano le cose, non le cose in sé.

Ci chiederemo perché la furia del vento e lo scroscio della pioggia ci sembrano silenzio. A volte, nelle notti peggiori, ci alzeremo alle tre o alle quattro per combattere i demoni.

Cosa accade nel libro, in breve.

Dieci anni fa, nel 2016 Samantha Harvey smette di dormire. L’insonnia l’aggredisce, nel vero senso della parola, dopo la morte del cugino Paul, trovato senza vita nel suo appartamento. In preda a un’inquietudine, un’ansia affilata che si manifesta in più forme e direzioni, le sue notti si dilatano all’infinito. Harvey rovista nella memoria, cerca la polvere, indizi, tracce da seguire, ma da subito il suo appare come un caso impossibile, un enigma senza soluzione. Arrivano i farmaci, gli integratori, l’ascolto dei podcast, e così via. Nulla funziona, nulla risolve, l’ansia aumenta e il terrore di non dormire, si aggiunge alle cause dell’insonnia, diventa la principale. Un incubo. Come se ne esce? Ci vuole del tempo, ma intanto, durante quel tempo che si compatta e dilata contemporaneamente, accade ciò che per le lettrici e i lettori diventa un miracolo: Harvey pensa, ragiona, soffre, non si raccapezza, spinge il suo talento e la ricerca di una soluzione in più soluzione. Infine, scrive.

[…] il subconscio è un teatro silenzioso; ci sono gli stessi attori della mente conscia, le paure, i desideri, i doveri e i divieti, ma il cast è ridotto al minimo e riemerge in costume.

Harvey, che mentre non dorme un po’ muore e si sente aggredita dal sonno mancante, dal tempo che scorre in modo diverso, con altra scansione, riflette sull’esperienza umana, sembra vegliare la sé stessa sveglia, si osserva da fuori, e riesce a raccontarci la vita, la vita tutta, l’amore che proviamo per quei minuscoli secondi che si succedono nei nostri giorni. Harvey non scrive un memoir, non solo quello, fa anche fiction, narrativa pura, riflette sul linguaggio, sul nostro modo di ragionare sotto pressione, di reagire alle cose. Scrive un saggio scientifico, sfocia nell’antropologia. Indaga la memoria, i momenti superflui, gli istanti perduti. Stavolta è lei l’astronauta di Orbital, ed è lei il pianeta Terra.

Samantha Harvey parte da una dolorosa esperienza personale per raccontarci l’universo, il nostro rapporto con lo spazio e con il nostro corpo e con il corpo rispetto allo spazio, la nostra propriocezione. Trasformare il senso di perdita in speranza, in luminosa meraviglia, aprire i sensi ai cambiamenti, accettarsi e – allo stesso tempo – non farlo. Scrivere di questo, di ogni cosa, scrivere di noi.

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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