È il 20 di febbraio del 1997 e Mike Bongiorno all’Ariston ha detto ancora una volta “festivàl”, ha allargato le braccia in posa cristologica su un orrido sfondo giallo oro e a pugno chiuso – così ci piace immaginarlo il partigiano Bongiorno – chiede silenzio al pubblico che tarda a prender posto. La regia stacca sulla platea, dove c’è come un ingorgo di persone sorprese in ritardo. Mike le richiama perché l’evento è grande: spende la parola “mito”. E per dimostrarlo, per dire urbi et orbi che questo mito è molto amato, aggiunge che è “l’unico cantante che è quotato anche in borsa”. Finalmente rivela il nome, “anche se l’avete letto tutti quanti sui giornali”: dice David Bowie senza allargare la ‘o’ in ‘a’ come usa in Italia – lui, l’americano, lo sa l’inglese –, poi inforca gli occhialoni anni Ottanta, come a ripassare sul copione quel che deve chiedergli.
Mike osserva Bowie affrontare l’ingresso sul palco dell’Ariston con piglio deciso: osserva la leggenda vivente del rock quotata in borsa che si dirige verso di lui. Mike veste lo smoking nero e il papillon d’ordinanza – Bowie indossa una redingote ocra con una fantasia di gigli lunga fino al ginocchio, su una camicia marrone giusto in tinta coi capelli sospesi tra il giallo e l’arancio per un’ultima volta. Michael Nicolas Salvatore detto Mike ha tutte le ragioni per credere che stia venendo a stringergli la mano. Si fa così in televisione e si fa così all’Ariston – tutti gli riconoscono lo status, è al quinto decennio di televisione, è un mito anche lui.
A fine anni Novanta, nell’inverno dei nostri interregni, quando l’antico regime è caduto e il nuovo tarda a nascere, figure come lui, come Pippo Baudo, come Celentano – un altro che avrà a che fare con Bowie di lì a poco – sono il baluardo e la certezza. Sono le ancore di salvezza di mamma Rai anche se hanno tradito per le tv di Berlusconi anni prima, ma ora sono tornati all’ovile, sono l’essenza stessa del nostro nazional-popolare, di quel folklore che per Gramsci è “una cosa che è molto seria” ma qui per questioni tecniche è abbreviato a formula propiziatoria (“allegria”). Da due giorni la sua voce autoparodica e inconfondibile rassicura chiunque, anche se è affiancato da Valeria Marini, anche se poi vinceranno i Jalisse.
E quindi Mike Bongiorno è lì, stratificazione di epoche, agglomerato indigesto di frammenti sparsi della storia d’Italia, allegoria impietrita e parlante, è lì che si aspetta la mano tesa di chi riverisce il luogo e il suo passato. Ma Bowie ha idee diverse. A metà del percorso, sterza di netto a sinistra e disegna un angolo retto fino a brandire il microfono. Non guarda neppure Mike, ma il pubblico, presenta direttamente i tre membri della band: un chitarrista che sembra albino e in occhiali da sole, un batterista capelluto, una bassista rasata in gonna di pelle succinta, che veste una maschera di Zorro. Mike resta lì incredulo, quasi quinto Beatle, stenta a togliersi dal palco, finché Bowie non menziona il titolo del brano che eseguirà. Lì Mike finalmente scompare, la regia rinuncia a riprendere il rito che non verrà officiato per l’indisponenza del chierichetto, stringe con lentezza esasperante l’inquadratura – e Bowie nel silenzio comincia a ballare. Balla ancora prima che la base cominci a suonare.
Sul palco in realtà nessuno fa nulla. Oltre la nota di piano monotonamente pestata da Reeves Gabrels, oltre la corda di basso appena sfiorata da Gail Ann Dorsey, mentre la chioma riccia di Zachary Alford resta immobile perché almeno per un minuto e mezzo il suo compito non prevede se non l’ozio, solo Bowie inscena qualcosa. Davanti alle poltrone rosse dell’Ariston accompagna con il corpo il drum ‘n’ bass, la base jungle che spopola a Londra da qualche anno, ma che nessuno dei presenti probabilmente conosce, e nessuno spettatore mastica davvero. Aggredisce l’asta del microfono, la piega e la tira a sé. Canta Little Wonder, il primo singolo e il pezzo d’apertura del nuovo album, Earthling, terrestre – una sorta di autoironia, per uno che si è sempre spacciato per extraterrestre, per alieno, dichiararsi “di questo mondo”. Little Wonder è uscito accompagnato da un video disturbante di Floria Sigismondi – una regista che ama spezzare il montaggio con frammenti surrealisti –, dove un simil-Ziggy Stardust ventenne vive allucinate avventure nella metro di New York. È l’annuncio dell’ennesimo esperimento di quel cinquantenne accelerato: combinare la leggenda con la jungle, il suo nome alla musica di Prodigy, Goldie e Roni Size – e farlo bene. Il risultato è un album intero di suoni all’altezza dell’epoca, forse giusto appena in ritardo, suoni trattati dalle mani sapienti di Gabrels e Dorsey, e abusati in esibizioni live dove Bowie sembra godere dello stupore del pubblico per questa nuova metamorfosi.
Stupore che a Sanremo diventa deviazione lisergica: in Riviera i pianeti si disallineano, il contemporaneo convive col passato arcaico, l’egemonia con la controcultura. Mentre ogni italiano vede ancora Mike con la mano protesa, lo sfregio al monumento, Bowie è già lì che canta e sorride falso come solo lui sa fare: davanti ha l’Ariston appisolato, le sue fila di paganti inchiodati alle sedie, le sue poltrone inspiegabilmente vuote. Lì nessuno ballerà, nessuno oscillerà a destra e sinistra la testa, nessuno batterà il piede. Bowie mira al pubblico da casa, ma come spiegargli che a cinquant’anni si diverte a simulare un afterhour proprio lì, sul palco delle rose e del kitsch dispiegato? E come spiegare a lui, a Bowie, cos’è Sanremo se non con la tautologia che in quella fase si fa ancora più estenuata, come un gramsci italodisco che raves on nella voce surgelata di Bongiorno? Come spiegarlo?
Ma Bowie forse lo sa. Lo dice il suo rapporto ineffabile con l’Italia. Certo forse ignora che da noi, a tutt’oggi, tutti lo chiamano il Duca Bianco. Che tutti i tg nostrani, affezionati ai titoli d’alta nobiltà, rimpiangendo un’aristocrazia nazionale mai esistita, ignorano come il Thin White Duke sia stato piuttosto l’avatar di un nostalgico nazista. Eppure Bowie accettò che Mogol prestasse le sue parole a Space Oddity – un brano lucidissimo sul viaggio spaziale come fine del potere umano, dove la terra dallo spazio si fa blu come la depressione. E che invece nella sua versione italiana diventa Ragazzo solo ragazza sola, con la viva voce di Bowie ignaro che sentenzia “I colori della vita / Dei cieli blu / Una come lei non la troverò mai più”. Era alla fine dei Sessanta. Invece proprio nei Novanta Bowie spunta fuori ovunque in Italia. Nel 1992 si sposa a Firenze. Nel 1998 affianca Leonardo Pieraccioni in un film di Veronesi – e vorremmo non saperlo. Nel 1999 gestisce a stento Celentano che lo accoglie in tv come un pari, che gli chiede se il futuro esiste, e come mettere fine alle guerre, alla fame nel mondo, loro due insieme, solo loro due.
A Sanremo insomma Bowie sembra solo cavalcare il sempiterno anacronismo italico. Sembra gli piaccia sostare nelle potenzialità inespresse del Fremdschämen. Sul palco dell’Ariston, mentre il caos sonico è assoluto, mentre i cori registrati del ritornello (“So far awaaaay”) si perdono nella stasi dell’orchestra, tempi diversi collassano nello sguardo assente del duca gigliato. A metà esibizione per un attimo si isola dal gruppo e ritorna il mimo che è stato: si mette la mano davanti alla bocca, strabuzza gli occhi diversi e truccati, immersi nel cerone. Perché Bowie è tra le altre cose un istrione, ha una consuetudine con maschere e calembour: per il suo esordio-fallimento, l’album eponimo del 1967, aveva composto un brano intero su uno gnomo sghignazzante e su suo fratello Fred, originari di una Gnome-man’s land. In Jean Genie, caricatura di Iggy Pop sotto falso nome di Genet, aveva evocato ‘Biancaneve’, probabilissimo nomignolo per la cocaina. Ora, cinquantenne di successo – quotato in borsa – finalmente Bowie unisce i puntini. Perché Little Wonder, il brano che sta eseguendo, lui leggenda vivente per la leggendaria kermesse, Little Wonder è una sequela frenetica di non-sense che al centro presenta la hybris più ardita: nominare in un solo brano tutti, ma proprio tutti, i sette nani, e aggiungerne di nuovi, insospettabili. Siccome la canzone è rapida, il drum ‘n’ bass aggressivo, i sette nomi finiscono presto: Sneezy, Bashful, Sleepy, Happy, Grumpy, Doc e Dopey vengono integrati da nani inventati e nascosti, come in una barzelletta.
La piccola meraviglia è oltre Gongolo, oltre Dotto e pure Eolo. È il cortocircuito di un festival vinto non da Al Bano, presentato da Mike Bongiorno, in cui David Bowie celebrato come mito in versione jungle elenca i nomi dei sette nani in prima serata, poi sfoggia il suo sorriso altissimo guardando un palchetto immaginario, dice solo “Grazi”, e scappa via, inseguito dalla voce stentorea di Mike, tornato in fretta sul palco che ci riprova, lo ripresenta, osa ancora: “David Bowie, ospite d’onore del festivàl”. Neppure di fronte a festivàl Bowie si arresta, e fila via in camerino.
Lì per un istante si vede Mike abbassare il braccio e il copione deluso, sconsolato da tanta scortesia – eppure è un duca.
