L’Almanacco del Giorno Stesso celebra la memorabilità di ciascuno dei giorni in cui si svolge BOOK PRIDE, la Fiera nazionale dell’editoria indipendente che si tiene a Milano fino al 25 marzo. Mescola fatti accaduti e fatti del tutto immaginati (dove l’accaduto può apparire inverosimile e l’immaginato del tutto verosimile), facendo del tempo ciò che in effetti è, vale a dire un’invenzione. Il tutto assume la forma di un reading con accompagnamento musicale. Il reading – con Enrico Gabrielli e Sabastiano De Gennaro – è previsto alle 18,00 di domenica 25 marzo nello Spazio A di Base. Pubblichiamo un estratto del testo di Giordano Meacci. (Foto: James Marcom via Unsplash)
di Giordano Meacci
Da Gran Ballo della Prima Primavera
(Almanacco del giorno stesso – 25 marzo)
[Ancora in work in progress del testo: che troverà una sua prima conferma definitiva domenica 25 marzo durante BookPride]
[…]
Oggi è il 25 marzo 1347 e nel rione di Fontebranda, ventiquattresima di venticinque figli, nasce Caterina.
Con lei una gemella. Giovanna. Che muore.
Il padre è Jacopo Benincasa. La madre Lapa Piacenti.
Siena è devota alla Vergine. Un’altra V.
E devoti sono Jacopo e Lapa.
Oggi è il 25 marzo 1359. Caterina ha dodici anni e diventa femmina da marito.
Ma c’è un problema. Lei non vuole.
E c’è un altro problema. È una bambina che non vuole sposare un vecchio, nonostante la tradizione. E quindi decide di essere ancora più devota di Jacopo e di Lapa.
Ma – eccolo il problema – se per un vecchio c’è la dote, per il giovane fratello di Giacomo di Giuseppe no. E lei, se vuole farsi sposa di Cristo, deve portare una dote.
Tra l’altro. Vuole offrirsi alle Mantellate. Immaginàtele roche come una voce di Gabriella Ferri che dicono no, no. Nun se pò ffà ― in senese del tempo, naturalmente: immàginate il dolore di Caterina che torna a casa apparentemente sconfitta.
Poi le Mantellate sono vecchie, pure loro. Vecchie, vedove. Che ci fa una bambina tra le vecchie.
Oltre a preferire la compagnia delle vecchie a un vecchio solo, che però fa ancora più paura delle domeniche tristi d’inverno chiusa in una cella a pregare.
Prega, Caterina. Confida in un aiuto del suo giovane sposo futuro. E il giovane sposo futuro deve in qualche modo ascoltarla, comunque. Sì. Perché le manda la grazia di una febbre tremenda e spossante, pustole e rischio di morte.
Ma non la uccide, il giovane sposo futuro. La deturpa. La sfigura. Le pustole e la febbre la invecchiano improvvisamente.
Tanto che anche le Mantellate che la rivedono sulla soglia a piatire un velo si commuovono.
E la accettano tra loro.
Caterina ha sedici anni e ne dimostra tanti di più quando sposa il suo giovane sposo presente e diventa in un certo senso cognata di Giacomo il protoevangelista. […]
Caterina s’invela. E cominciano le visioni.
Ce n’è una, struggente e tristissima, di lei a vent’anni. L’ultima sera di carnevale. Cristo le appare. Come fosse Siena nei sogni il finale divertito di un film con Meg Ryan, finalmente il suo sposo giovane e bellissimo le concede la grazia ulteriore di un anello nuziale.
Sì. Solo che le cronache delle visioni – ricordiamo che la nostra Caterina, oltre a tifare Oca al Palio: almeno, questo è quello che ci piace sperare, scrive tantissimo: lettere testimonianze; una preghiera allo Spirito Santo che ha fatto epoca ― le cronache delle visioni, insomma, ci riportano la notizia che quell’anello è fatto con il prepuzio della Sua Sacra Circoncisione.
Sua di Lui Lui. Lui con la maiuscola, in sostanza.
[Una pausa. S’intristisce]
L’amore, a costringerlo. A spingerlo dentro le ossa vuote di un vecchio, s’inaridisce. S’atrofizza. Diventa lo scheletro marcito di sé. I desideri si fanno spàsimi. La solitudine s’inarca in un costato senzasangue fatto di rimpianti inùtili: perché tanto i rimorsi sono fuorigioco.
Caterina prega Sua Suocera che l’aiuti. Che il Suo Sposo giovane e bellissimo la circondi di fuoco e le calmi il lago del cuore in un unico fremito mistico che la appaghi.
La V della Vergine è un marchio che si riempie di sfregi e di croci; e, compleanno dopo compleanno, porta Caterina fino all’ennesimo sbrego sul Calendario del tempo.
[…]
Vedete.
Parlo da scrittore. Notoriamente una stirpe di millantatori e di ciarlatani da seppellire in terra sconsacrata.
Ma. Parliàmone. Perché la Verginità femminile è così importante da sempre nella storia dell’Umanità? Perché questo accanimento deciso da Dio nei confronti della libera, gioisa, ìlare, primaverile possibilità di scelta sessuale delle Donne?
[Si ferma. Fa di sì dopo una pausa come se accondiscendesse ai mormorii del pubblico]
Se è uno il numero di riferimento. Uno diventa il solo.
Se io vengo arsa anche viva accanto al mio defunto marito uno rimane. Se io temo l’inferno solo mio marito conosco biblicamente. E se lo tradisco devo morire, sùbito, immediatamente. Prima che dalla mia bocca esca anche un solo commento, una giustificazione. Una testimonianza.
Uno. Che sia uno e uno solo.
E ch’io non parli e mi confronti con altri se non con Dio.
Soprattutto.
Che io non confronti l’uno e l’altro.
Mai.
Vedete. Più invecchio, più mi sembra che alla fine il grande problema dell’umanità maschile l’abbia descritto perfettamente e per sempre Woody Allen con il suo Zelig. Quando Zelig si trasforma in psicanalista davanti alla psichiatra Eudora Fletcher e dice «Ho lavorato con Freud a Vienna. Ci dividemmo sull’invidia del pene. Freud pensava di doverla limitare alle donne».
[Pausa]
Davvero. Oggi è il 25 marzo 1367, Caterina ha vent’anni […].
Se davvero decidessimo di raccontarla, con il suo viso sfregiato da Dio per monacarsi presto; le sue visioni.
L’anello nuziale fatto col prepuzio della Sua circoncisione… / e con quanta precisione / lo descrive / quasi un ritorno circolare / la carne e il sangue bambino / da mettere per dono / all’anulare… [parte qui intorno il blues, in sordina nel tratto in prosa prima di pregare]
Che se davvero avessero potuto rinunciare a quell’epoca le donne a monacarsi per non sposare un vecchio… forse – se già dai tempi di Maria di Magdala e delle tre Marie. E di Marta… Forse da prima, dai tempi delle prime preghiere; o almeno dal momento in cui discepoli – maschi – chiedevano – a un maschio – insegnaci a pregare… / Se davvero il culto matriarcale / della prima religione / si fosse sposato / con la Primavèra pagàna che ci nutre / se l’occasione / avesse ripagato / il desiderio di pregare / con il dono primordiale di parole / accatastato in questo nuovo corso del Sole… / Se non ci fosse stato l’equinozio equivoco / e il passaggio notturno delle stelle nuove… / Se infine il maschile si fosse declinato / in femminile… / Una Nuova Primavera ricreata / fatta di uscite in –a / e di un’etica / brodskijana / ancella dell’estetica… / Sarebbe forse apparsa una stella lontana / con cuore di cometa; e in filigrana / un rosario di colori / che avrebbero battezzato bellezza nel mondo di fuori…
Insegnaci a pregare, Caterina. Come avresti pregato, senza l’aureola imposta dal gioco in –o e in –i / che dopo millenni / ci ha portato qui?!
[Qui. Una musica diversa. Un canto nuziale a Caterina. Una musica umana, non divina. Che sovverta il Cielo in Terra. E non la lasci persa]
Madre Nostra / che sei qui, sulla Terra / lascia pure che il tuo nome venga distorto, e storpiato: / pianto / e celebrato / nel riso; / e sia santificato soltanto / il tuo viso / possibilimente non sacrificato né sfregiato / da una mano dal cielo / che scriva le tue rughe per te / in un alfabeto in –o mai condiviso.
Venga la tua cosa pubblica sognata / che di regni ne abbiamo avuti troppi. / E che tu non sia mai dimenticata / in verità / dai groppi di dolore e desiderio / di ogni tua mancata volontà. / Sia fatto quello che realmente desideri / e che ti va / ché poi / tutti noi / si deve stare attenti al «quel che vuoi / ché quasi certamente l’otterrai»…
Fai quel che vuoi / insieme a noi / su questa Terra. / Lasciamo a chi la vuole per davvero / la guerra, ridicola, del cielo.
Non vediamo / perché dovresti darci a mano a mano / a tutti quanti / il nostro pane quotidiano. / Ché se nessuno lo lavora / il pane non diventa più del grano. / Non parlo del rosario / che costringe / a lavorare solamente / chiunque vada fuor / di seminario… /
E se ci indebitiamo / sii netta e ferma / nel chièdercene conto. / E però tieni anche pronto / il modo di insegnarci / a non costringerci / da soli /amplificando i nostri più grandi timori / all’imbarazzo di esser creditori…
Dissèmina su noi / le tentazioni a grappoli / e rèndici capaci di accettarle / e anzi indùci in noi / il genio di adottarle / e il regalo sfrenato / e sconsiderato / di tenerle: / e rispettarle. /
Dal male / per quello che vuol dire / liberaci se vuoi. / Ma lìberaci per dire. / Che dipende da cosa / s’intenda per male / dopo millenni di acquasanta / battezzata a fiale. / Ché il male non è sempre / quello che significa. / Ma una parola che spesso identìfica / chi sa come tenere a bada / (a parole) / chi il male davvero non lo vuole.
Madre Nostra / che sei qui sulla Terra / se davvero ci ascolti ricorda / di non distinguere più il tuo dal mio. / Che basta una volta: una volta. / E si torna a parlare di Dio…
Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato per Rizzoli Fuori i secondi e per minimum fax il reportage Improvviso il Novecento. Pasolini professore (2015) e la raccolta Tutto quello che posso (2005). Un suo racconto è incluso nell’antologia La qualità dell’aria, ripubblicata nel 2015. Il suo primo romanzo, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax), è stato finalista al Premio Strega 2016. Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.
