Pubblichiamo un estratto dal prossimo romanzo che Demetrio Paolin sta scrivendo in questi mesi e che ci propone per minima&moralia. Una parte, da cui è tratto anche questo brano, riguarda l’incendio della ThyssenKrupp a Torino.
di Demetrio Paolin
L’inferno è una fabbrica tedesca che dorme lungo un parco verde. Capannoni su capannoni, vuoti topi, dove un tempo c’erano uomini e altiforni che facevano l’acciaio per mezza Italia. Ora sono quattro gatti. L’inferno è un luogo abbandonato. I fili morsicati e lasciati scoperti. Le sicurezze azzerate. E di colpo sulla linea 5 – avete presente l’acciaio delle scale mobili della stazione di Milano? Quando i piedi saranno lì su quello splendore, considerate che la comodità ha un debito di sangue – una goccia d’olio bollente cade sugli ingranaggi. E avvampa il fuoco, all’inizio è un piccolo incendio – normale routine -, poi aumenta cresce e non si controlla. S’allarga, il fuoco sembra acqua o fumo, occupa ogni angolo e distrugge. È una furia incontrollata. È una rabbia che sacrifica ogni cosa. Immola poveri uomini senza più pelle abrasa dalla cartavetro.
Il fuoco avvampa ovunque. Ecco come sono gli edifici bombardati. Oggi non è Torino 2007, ma è Bagdad, è Belgrado, è Dresda. Così finiscono i corpi sotto le bombe, quando non sono dilaniati dalla esplosioni, cotti e secchi medesimi zanzare impazzite. Gli operai investiti dalla fiamma guaiscono come cani, medesimi a bestie incendiate che fuggono dalle loro gabbie. Moriranno poco alla volta, giorno dopo giorno, perché l’Inferno è crudele: cadranno uno dopo l’altro senza speranza fino a quando una setticemia, un raffreddore, un virus finirà il lavoro.
L’inferno è in corso Regina Margherita al civico 400. Giuseppe Rizzetto lo guarda e non crede che ciò accade, ma il fumo che sale e l’odore acido che appesta l’aria invernale sono la prova che è tutto vero.
[…]
La Thyssenkrupp brucia e il viale all’altezza del cavalcavia di via Pietro Cossa è già bloccato. Le poche macchine che ci sono vengono deviate. Nel cielo scuro della notte, le fiamme fanno bagliori ampissimi e la nube di fumo già da qui spaventa.
“Accosta – dice Enea, vedendo questo – accosta che voglio andare a vedere”
“Ma Enea è tardi – fa Ana – poi non ci faranno passare. Deviamo di qua – indicando lo svincolo poco dopo – e arriviamo lo stesso a casa”.
“Io devo vedere”. Lei non ha tempo di dire che Enea è fisso sui cumuli di fumo, impetuoso come un vulcano, che escono dalla grande fabbrica. Enea neppure si ricordava che appoggiato lungo il parco della Pellerina, ora ritrovo per barbecue multietnici in cui moldavi, peruviani, boliviani, rumeni, russi, salvadoregni mangiano insieme la carne e s’ubriacano, ci stesse questo enorme complesso di capannoni.
Accostata la macchina, Enea si incammina e Ana gli è dietro. Lo guarda e tenta di parlargli. L’uomo non l’ascolta come stregato da un canto che solo lui ode. Si dice che le sirene non incantassero gli uomini con il canto, ma con il silenzio; allo stesso modo Enea è posseduto da una di loro. Cammina e pare non sentire il freddo della notte.
Quando arriva davanti alla porta centrale, guarda con orrore e desiderio quel groviglio di fumo di fiamme che pare perpetuo. La cenere leggera sale, spinta dall’aria calda, in alto e tutt’intorno alla fabbrica dondola e si confonde. Enea immagina che se c’erano operai ora sono confusi con cartoni, pezzi di plastica fusi, mescolati nel tutto indifferente. L’odore che impregna l’aria non è ben definibile. È un impiastro di puzze diverse, fastidiose al naso, simili al sapore di cipolle cotte marce: un piccolo disgusto, una scheggia di legno, una spina di rosa tra la pelle.
Enea osserva i curiosi, che non avvertono questo sentore. Discutono tra di loro e dicono le solite cose, che il giorno dopo verranno ripetute nei bar, quando seduti al caldo con una brioche e cappuccino sfoglieranno i giornali e vedranno le foto del disastro.
Enea stringe le mani dentro le tasche del cappotto, ma è un gesto inconsapevole, perché nella realtà non sente per nulla il freddo. Ana gli sta accanto sperduta nel coacervo di urla, di grida, di borbottii. Ha la sensazione che questo riguardi il proprio corpo disegnato – solo di tanto in tanto ha come una tregua e non lo pensa e non lo ricorda –. In questa sardana infernale, dove la storia pare incurvarsi dentro le crepe del cemento armato dei capannoni e fa esplodere per la pressione le vetrate delle finestre, Ana si sente come un amuleto che Enea si porta dietro per tenersi in vita. Certe volte mentre sogna, i suoi sonni sono fatti di niente, immagina che le vengano cancellati i disegni sulla pelle, ma il sollievo, che sente crescere con la progressiva scomparsa dei tatuaggi, si scoglie via via nell’angoscia della certezza che Enea morirà.
Ora Ana ha un sentore simile e si vede scomparire come un cerchio di fumo dimenticato.
[…]
Gli occhi di Enea girano lentamente fino a intravedere nei bagliori di fumo e cenere una persona appoggiata a una macchina, lontano da tutti. L’uomo ha un giubbotto di pelle imbottito. Ha un capello nero che gli copre la testa. È piccolo di statura e grassoccio. Ha una barba brizzolata che mette in evidenza gli occhi liquidi, da troppo tempo esposti al fumo.
Enea affianca l’uomo e rimane muto per molti minuti, l’altro non sembra essersi accorto di lui. Solo dopo un po’, forse parlando da solo o forse cercando di dare una ragione ai pensieri che gli stanno passando per la mente dice: “È terribile”.
L’uomo fuma. Porta la sigaretta alla bocca e succhia, aspira dentro il fumo. Enea lo guarda, osserva il gesto. Il movimento del braccio, il piegarsi del gomito e la postura della mano e delle dita nel porgersi la sigaretta. Il tutto ripetuto poche volte e in modo irregolare. Le boccate sono lunghe piene, le guance si infossano come strette dalla fame. Quando la cicca è finita, l’uomo la butta a terra e la spegne. Quindi si porta la mano sinistra alla bocca e incomincia a mangiarsi le unghie. Enea avverte il rumore dei denti quanto staccano la punta dell’unghia. Quando questa operazione è finita, l’uomo cerca un’altra sigaretta, la porta alla bocca e l’accende. Dà alcune boccate e sul suo viso appare un’ombra leggera di benessere. Enea non può fare a meno di sentire un cellulare che sta suona dentro la borsa a tracolla.
“È mia moglie – dice l’uomo a giustificarsi -. Mi chiama per sapere cosa è successo, perché non son ancora tornato a casa…”
“ma…”
“… e cosa le dico? Che la fabbrica è andata in fiamme e che dentro c’erano alcuni compagni…”
La parola compagni ferisce Enea, il fumo, l’odore, la notte fredda e infine la parola. È il ritorno del sempre uguale, del grigio intorbidito.
“Lei lavora qui?”
“No, no, ma conosco molti operai…”
“Ha lavorato qui…”
“No, faccio il sindacalista. La Thyssen è una delle fabbriche che seguo”.
“Mi spiace…”
“È terribile”
In quel momento escono degli uomini, pompieri e medici. Trasportano una persona in barella. L’uomo si stacca dalla macchina e corre verso la transenna. “Scusi. Scusi….” Alza il braccio e cerca di farsi vedere… “Mi scusi, c’erano dentro molti operai? Chi c’era? Come stanno?”
L’uomo scuote la testa. “C’erano persone dentro – dice –, ma non ho ben chiaro quante. Sono tutte messe male, molto. Hanno ustioni di terzo grado su tutto il corpo.”
“Che cosa significa?”
“Moriranno. Li portiamo al reparto grandi ustionati, ma per loro non c’è niente da fare. Possiamo solo fare in modo che soffrano il meno possibile”. Il medico, che dice queste parole, ha le lacrime agli occhi, perché per quanto abituato al morire degli umani certe cose sono sproporzionate, ingiuste e orribili.
Un’altra barella un altro ferito. Un’altra barella un altro ferito. Un’altra barella un altro ferito. L’uomo non li riconosce, i musi – sono animali combusti – sono bruciati, e così si allontana con lo sguardo basso. I morti. Quando uno vede i morti, abbandonati per terra, caricati sulle barelle, o comodi sul catafalco nella stanza buona di casa, prova una strisciante vergogna. Non importa che chi fossero da vivi, luminari poeti o assassini, ma cosa sono ora morti. Essi sono in una dimensione diversa, chi è vivo è così distante da loro che non può comprendere la loro dimensione di nullità. Sono nel nulla assoluto; anche concentrandosi come si fa a immaginare che una persona c’era e di colpo sta nel niente?
“Tutto questo è per colpa mia…” l’uomo si passa il viso tra le mani.
“Come colpa sua?…” fa Enea.
“Sa, forse non lo sa, ma comunque la Thyssen doveva andare via da Torino. La fabbrica è in dismissione e forse ecco forse non abbiamo fatto, io non ho fatto, attenzione che questa chiusura venisse fatta secondo le regole…”
“Ma certamente – fa Enea – lei ha fatto di tutto perché ogni cosa fosse in ordine…”
“Ma non è bastato”.
“Ma… scusi come si chiama?”
“Giuseppe…”
“Giuseppe – fa Enea stringendo il braccio – lei ha certamente fatto quello che ha potuto”
“Lo so, lo so, ma il problema non è mio. Io sono vivo. Sono qui e parlo con lei …”
I morti. I morti sono radici che si piantano in Giuseppe e in Enea. Enea è abituato a questo proliferare di dolore nella sua carne. Giuseppe non ha mai provato nulla di simile, è bloccato, vede il fumo della fabbrica, ma pensa solo ai corpi intravisti, simili a rami d’albero bruciati. S’accende un’altra sigaretta è l’ultima. Decide allora che finita quella andrà a casa. Il fumo della sigaretta, questa volta, lo sputa fuori intorno a sé, gli fa da scudo. Enea lo osserva, mentre gli è di fianco. Poi si stacca dalla macchina e fa alcuni passi. Si rivolge a Giuseppe e alza leggermente il braccio. L’uomo ricambia il saluto.
Enea gira le spalle alla fabbrica che ancora si curva nella notte. Il fumo gli entra nel corpo, il fumo dell’incendio, il fumo di Giuseppe, il fumo di Wollmer. Il fumo è la vergogna, le radici sono dentro di Enea e lo possiedono. La vita di Enea, questa vita idiota di sasso, è andata avanti giorno dopo giorno, fino allo scempio di questi corpi uccisi carbonizzati, morti vivi, così simili ai suoi compagni di un tempo. Il sapere di esser vivo per capriccio non soddisfa Enea. Vorrebbe il perché del suo esserci, ma questo segreto lo tengono i morti e per loro tutto è indifferente.
Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).


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