Da oggi in libreria Mia figlia, don Chisciotte, romanzo di Alessandro Garigliano (NN editore) nato un po’ grazie anche a questo blog. Pubblichiamo un estratto ringraziando l’autore e la casa editrice. (Fonte immagine)
Prologo
Dopo avere accompagnato mia figlia all’asilo, torno a casa. Non riesco a liberarmi subito del vestito gessato nero. Si tratta dell’abito del mio matrimonio. Non ne possiedo altri eleganti, non frequento eventi mondani e non esercito un lavoro che richieda un aspetto impeccabile. In realtà, all’inizio, non sapevo nemmeno quale figura sociale dovessi interpretare con quel vestito. Mi piaceva desse risalto alle spalle larghissime, a quel che resta di un fisico scolpito da giovane grazie alle innumerevoli ore di sport. Soprattutto mi pareva necessario far credere a mia figlia che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità. Al rientro, sfilarmi l’abito sarebbe stato come tradire la bimba. Allora ho imparato ad approfittare della maschera.
Negli anni ho approfondito il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra spulciando monografie con grande emozione; ne riprendevo o abbandonavo lo studio secondo il ruolo a scadenza esercitato al momento. E nel tempo, mentre la bimba cominciava a comprendere i miei smarrimenti per i mestieri precari, ho iniziato a guardarmi allo specchio con sempre maggior compiacimento. Fino a quando non ho immaginato di essere un docente universitario: trasformando la passione in lavoro.
A volte arrivo perfino a motivare la finzione umiliante che metto in atto ogni giorno. Al contrario di don Chisciotte, pronto a voltare le spalle alla realtà e ad assaltarla nelle sembianze di mulini a vento, io ogni mattina mi alzo dal letto insieme a mia moglie e preparo la colazione. Poi, mentre lei indossa i vestiti eleganti e corre al lavoro, sveglio la bimba usando mille trucchetti. Tra una favola e l’altra si corica troppo tardi la sera e l’indomani fa tardi all’asilo.
All’inizio non resisto e le ammiro la carnagione bianchissima (opposta alla mia olivastra). Le scompiglio i capelli infuocati, rimuginando su quel gene trasmesso da chissà quale avo (dato che io sono corvino, e anche mia moglie). Riesco a trovare una parte di me solo nel taglio arabo degli occhi e nel colore castano scurissimo. Infine mi costringo alla disciplina, la smuovo e, non appena accenna a svegliarsi, le indico il servomuto in acciaio e faggio, dove sono appesi pantaloni giacca e cravatta necessari per il mio finto lavoro. Cerco di imprimere fretta e ammonirla simulando obblighi che nella mia vita in realtà non esistono.
Mascherato da docente ho deciso di scrivere un testo che più che un saggio è una narrazione critica del Don Chisciotte. Ma non sembro affatto un docente: sembro invasato. Mi arrabbio perché, mentre davanti ai miei occhi esplode la complessità matura del capolavoro spagnolo, gli studiosi per un tempo eccessivo ne hanno ottusamente travisato il messaggio.
Cervantes si era definito ingenio lego: ingegno ignorante. E per secoli ci si era compiaciuti di questa espressione: era stato finalmente trovato un genio inconsapevole, qualcuno che, per propria ammissione, sosteneva di avere improvvisato. Forse dovrei ascoltare quei critici e smettere di leggere i saggi; dovrei bandire le mediazioni e penetrare nel testo in modo ignorante. In effetti, sempre più spesso, sovrappongo allo studio una sorta di dialogo con Cervantes. Se da un lato mi ostino a radiografare le idee, ad analizzare i passaggi ricostruendo il contesto, dall’altro la vicenda investe la mia vita privata. Del tutto spaesato, non riesco a capire in che direzione orientare mia figlia.
Pur provando stima infinita per il creatore di don Chisciotte, non so se immedesimarmi sia la cosa migliore: la relazione con il suo personaggio ha destato nel corso del tempo pareri contrari. Il proposito di volere distruggere la fama dei cavalieri erranti manifestato nel Prologo aveva avuto alterne fortune. Se i contemporanei si erano goduti a pieno l’intento, certi studi romantici avevano mitizzato il Cavaliere, facendone davvero l’incarnazione dell’ideale oltre ogni principio di realtà (e questa sarebbe la scelta migliore, se non fossi il padre che sono. Dovrei annullare un’intera biografia oppure offrirmi in sacrificio a mia figlia come inetto da non imitare. Potrei far finta che tutto possa cambiare: indicandole la realtà come fosse un gigante nemico). Ma poi era iniziata una forma quasi scientifica di critica letteraria, e la fedeltà al testo, più che filologica, era divenuta fanatica.
Don Chisciotte era stato imbrigliato, si era preteso di ridurre l’opera a gustoso pastiche, e la dichiarazione ufficiale di Cervantes di non mirare ad altro “che a disfare l’autorità e il favore di cui godono tra il volgo e nel mondo i libri di cavalleria” si era imposta, in alcuni casi, come una direttiva monolitica. In fondo sarebbe meglio così, identificarsi con un Cervantes ironico e spietato e insegnare a mia figlia banalmente che i mulini a vento sono solo una breve illusione.
Capitolo primo
Dove si narra del battesimo del nuovo mondo e dell’amore di mia figlia per Lancillotto
Celeberrimo l’incipit del Don Chisciotte: “In un borgo della Mancia, il cui nome ricordar non voglio”. La vaghezza dona un’aura di mito al narrato. È preferibile non disperdere il tempo in dettagli fisici, in ricognizioni puntigliose, considerata l’epicità del racconto. Non è importante identificare il luogo d’origine di colui che avrebbe stregato i lettori con il proprio eroismo, “perché tutte le cittadine e i borghi della Mancia potessero disputarsi l’avergli dato i natali e il considerarlo proprio, come si disputarono Omero le sette città della Grecia”.
Sembra impossibile, inoltre, far concordare le fonti. Gli storici divergono su molti particolari: il cognome, per esempio. Non si è sicuri su come si chiamasse il protagonista prima di assumere il nome di battaglia: Chisciata o Chesata, e quello che in apparenza gode di maggiore favore è un altro ancora: Chisciana. Poi, invece, quel demonio di Cervantes, nella pagina successiva, cambia parere e afferma: il più sicuro è Chisciata. Insomma, la realtà attraverso l’onomastica – e non sarebbe stato l’unico caso, anzi – erra frenetica.
Nessun particolare di tale sorta deve distrarre il lettore: l’uomo che si sta per conoscere scomparirà a breve. Chisciata o Chesata o Chisciana (tutti nomi tra l’altro etimologicamente ridicoli: ganascia, torta di formaggio, lagnanza) è già un uomo vecchio rispetto al futuro: un defunto. Starei per identificarmi. Ma, mentre l’hidalgo è un cinquantenne magrissimo non nobile ma con privilegi importanti comel’esenzione da numerose imposte, io sono un quarantenne imbolsito. Rado di peli, con addominali in vacanza e una pancia se non eccessiva già prominente (e di sicuro privo di indipendenza economica). Soprattutto, quel cinquantenne ex cacciatore ed ex amministratore di patrimonio – al contrario di me colmo di estrema misura – perde la testa per i suoi volumi adorati. Vende ettari di terreno da semina (e avrebbe dato via governante e nipote) pur di procurarsi sempre più storie di cavalleria. Si confronta con il curato del paese – diplomato in un’università di scarso prestigio – e con il barbiere – altro lettore forte – per sondare e scoprire ogni dettaglio del mondo errante.
Ma l’ambizione non lo lascia tranquillo, la brama non gli concede di godersi i libri cavallereschi come fossero un passatempo, costringendomi a indagare sul perché, invece, la lettura per me non si è mai strutturata fino a diventare un vero lavoro. All’hidalgo non basta pensare di scrivere un’opera nuova in prima persona, i suoi crede non siano tempi nei quali si possa stare a riposo limitandosi a riflettere sui mali in agguato. Seguirlo diventa una vera tortura: cosa dovrei pensare io, adesso, ai miei tempi, della scrittura? Eppure non sono io ma Chisciata o Chesata o Chisciana a chiedersi: che fare?
Non si presentano alternative: edificare una vita nuova. L’anziano gentiluomo di campagna con una forza inaspettata uccide se stesso e rinasce.
E a questo punto mi tolgo la giacca. Seduto nello studio tempestato di libri accatastati ovunque (colonne di volumi impilati contro i muri senza librerie a sorreggerli), più che stare in trincea, mi sembra di essere seppellito dalla finzione. Fisso il protagonista da una distanza incolmabile, ritengo ormai velleitaria ogni ipotesi di cambiamento: non solo non riesco a vivere il presente, non sono nemmeno capace di proiettare un futuro.
Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino; il suo secondo romanzo, Mia figlia, don Chisciotte, è uscito a febbraio 2017 per NN editore.
