Non è un caso che l’incipit di Poesie d’amore, l’ultima raccolta di Carol Ann Duffy uscita in Italia per Crocetti (nella traduzione e a cura di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera), inizi con l’ecfrasi dell’opera Colazione in pelliccia di Meret Oppenheim che, con il suo aspetto provocatorio, ha scosso gli animi del Novecento europeo. Proprio come avviene nella prima poesia del libro, in cui due donne, svegliandosi insieme e dicendosi “sconcezze” mentre bevono del caffè, con la loro intimità senza veli continuano immotivatamente a destare stupore, o perfino rabbia, nonostante la loro “vita segreta” sappia girare “lontana dalle fragorose risate degli/uomini”.
Le liriche amorose di Duffy che, per sua stessa ammissione in una celebre intervista, sono tra le più complicate e le più eccitanti da scrivere, a ben vedere non parlano solo d’amore e di eros: è la civiltà a emergere dai versi, con tutte le sue trasformazioni evolutive e involutive, e le sue contraddizioni.
La scrittura di Duffy, la prima poetessa a cui viene conferito il titolo di Poet Laureate nel Regno Unito, sovente ha una forte carica provocatoria, espressa attraverso il dramatic monologue, e mostra picchi di ironia che vanno a coincidere con la tristezza, con la nostalgia e con sprazzi fugaci di umanissima fragilità, tra il flusso di coscienza joyciano e l’intimismo esortativo di Emily Dickinson.
Il corpo, con tutte le sue reazioni, appare come il simbolo materico e il sintomo psicosomatico sia della presenza che dell’assenza del referente erotico. È l’unità di mente e corpo a far vibrare l’ambiente con i suoi piaceri e con le sue afflizioni.
Il modo in cui viene vissuto e celebrato l’amore funge da metro delle sperequazioni sociali, delle ingiustizie private e pubbliche, degli usi e degli abusi personali e collettivi. Rappresenta un punto di vista apertamente spietato attraverso cui comprendere la propria posizione nella società, nella famiglia, nelle relazioni intime e professionali, proprio come avviene, pur nella differenza degli esiti estetici, nella poesia del francese Jacques Prevért, capace di unire surrealismo e realismo in un dettato sorprendentemente civile, anche se non engagé.
I suoni pre-linguistici del desiderio, simili a quelli dei neonati, anch’essi basati su istinti e necessità la cui soddisfazione viene affidata ad altri, sanciscono una comunicazione franta e istintuale, una lalangue lacaniana, onomatopeica, che meglio di ogni espressione consapevole e già conosciuta esprime le emozioni e gli impulsi dell’inconscio, senza cedere alla lusinga della retorica ma, al contrario, istituendo nuovi rapporti tra gli amanti. Ecco come Duffy restituisce dignità e centralità all’atto del desiderare, seppur vano e qualche volta inesaudibile: “I piccoli suoni che emetto sulla tua pelle/non hanno alcun senso. Fanno di me/un animale che impara le vocali”.
Un’impossibilità luttuosa di compiere l’unione d’amore strazia i destini degli innamorati che non riescono mai del tutto a coesistere nella dimensione della relazione, psicologica prima che corporale, in cui il dramma amoroso shakespeariano rivive nel ritmo sincopato e nelle formule brevi della contemporaneità. Eppure, il pensiero dell’altro, ossessivo e al contempo romantico, e la sua formulazione attraverso la parola poetica, nell’irrealtà del linguaggio lasciano illudere i soggetti di poter annullare le distanze affettive che li separano: “Chiudo gli occhi e immagino/i cupi colli che dovrei attraversare/per raggiungerti. Perché sono innamorata di te//e questo è ciò che si prova, almeno a parole” e, ancora: “Dallo spazio attorno a me, stando qui, do forma/ al tuo corpo assente addosso al mio”.
Riscrivere e parafrasare miti e leggende, rivisitare i più famosi personaggi al femminile e le relative narrazioni qualunquiste, provare a riformulare le promesse illusorie delle vecchie fiabe patriarcali è uno dei compiti del poeta d’amore di oggi: si può scavare dentro ogni consuetudine favolistica per raggiungere il segreto più torbido, il nodo di ingiustizia che lascia sedimentare nei secoli le discriminazioni di genere, lasciando che “quelle ragazze tragiche” possano raccontare, finalmente libere e senza peli sulla lingua, la propria versione dei fatti.
Questo è un compito a cui la Duffy non si è mai sottratta, “ape operosa” – ricordando un’immagine simbolica a lei cara – di alcune tra le rivendicazioni sociali più importanti e ancora molto attuali.
Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.

Dall’analisi sopra rappresentata emerge tutta l’attenzione riservata alla lettura dei versi della poetessa anglosassone espressa con una dovizia di immagini e frecce semiotiche in sembiante di saper convogliare la curiosità del potenziale lettore verso la prova letteraria.
Nella recensione pare di trovarci di fronte ad un apprezzato spessore del “non detto”, quasi che le parole, o più semplicemente il linguaggio, siano servite come opportuna copertura di una essenziale intimità che può essere violata solo nell’immaginazione.
Questo perlomeno il mio parere.
Complimenti
emilio aurilia