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di Laura Scaramozzino
Le cose cambiano, dopo. Dopo un suicidio qualcuno si gratta il mento e abbozza frasi con il periodo ipotetico in bella mostra. Se un uomo si butta di sotto, e si schianta, si diventa spavaldi e su di lui si inventano mille storie possibili.
Mamma è peggiorata, da allora. Un giorno mi ha mostrato i polsi sottili. «Anch’io volevo farlo» mi ha detto, e se fosse accaduto i periodi ipotetici della vicina e dei nonni ci avrebbero infestato la casa, come hanno fatto le vespe ammassandosi nel cassone sopra la finestra in cucina.
«È una cosa di famiglia», ha detto papà il giorno dopo il fatto. «Prima la sorella di suo padre, poi lei e adesso tuo zio».
Sono uscita di corsa sul balcone e mi sono sporta di sotto. Ho guardato il cortile. C’era odore di marcio e motori spenti. Sono tornata in casa e ho osservato mamma che friggeva patate fissando il vuoto.
Dopo mangiato mi sono messa a guardare i cartoni. Tutte le donne erano bionde e avevano gli occhi azzurri. Le ho detto: «Assomigli a Lady Oscar, mamma» e non era vero. Lei aveva i capelli più corti e le mani grandi. Mi si è seduta accanto, ha arricciato le labbra e ha fissato le figure sullo schermo. Dopo qualche secondo si è alzata e si è rifugiata nel cucinino. In sottofondo udivo lo scroscio dell’acqua nel lavello e lo sfrigolio del soffritto.
Se la morte altrui infetta, il suicidio scava buche sulla pelle e dietro gli occhi. Ricevuta la notizia, mia nonna si era strappata i capelli a ciocche. Chiazze di un rosa neonatale le si allargavano sulla nuca. Belava come le capre dietro i recinti dei vicini. Nonostante fosse zoppa, girava in tondo per la casa battendo il pavimento con il bastone. Di lei ricordo i santini appesi al collo e il vaso da notte sotto il letto. Il viso che avvampava e il pezzo di cartone con cui smuoveva l’aria intorno.
Nonna andava in chiesa con l’abito nero che le segnava il ventre. Odorava di cose che stanno al buio, come i formaggi e le biciclette rotte.
Mio zio mi regalava pupazzi di stoffa a forma di rana. Li prendevo cauta e cercavo di far passare la mano sotto gli indumenti di panno. Avrei voluto che si muovessero e parlassero. Desideravo praticare l’arte del ventriloquo. Esercitare un potere sinistro sulle bocche aperte.
Mio zio rideva e chiudeva gli occhi. «Fatti abbracciare dallo zio rospo» diceva. Quando poi se ne andava, la luce in casa non era più la stessa. Sbiadiva, non sussultava. Prendevo i pupazzi, li chiudevo nell’armadio e frignavo, come li avessi seppelliti in un fosso.
Mamma, alcuni mesi dopo il suicidio, ha gettato i vestiti sul letto e ha indossato il cappotto bianco. «Me ne vado da questa casa», ha detto. Mi sono messa a urlare e le sono corsa incontro: «E io che cosa faccio, adesso?» Mi sono toccata la testa.
«Vieni con me» ha risposto mamma e ho pensato all’armadio vuoto e chiuso. Ai suoi polsi segnati. Le ho detto: «Resta, mamma. Qui». E alla fine è rimasta.
È trascorso un anno. Mamma prendeva il serenase in gocce spremendo il dosatore di gomma che m’incantava più dei rospi afflosciati nel buio. Fissavo il rilascio del liquido. Fremevo come se assistessi a un gioco d’abilità. Polpastrelli, gomma, goccia lenta. Polpastrelli, gomma, gocce via via più rapide dentro il bicchiere. Quando lei piangeva, mio padre diceva cose sensate: «Non si può morire dietro ai morti».
Qualche tempo dopo, mio zio ha sperimentato il confino che spetta ai trapassati. È finito dentro una cornice tonda, appesa sulla carta da parati tutta grinze del tinello. Più studiavo l’immagine, che risaliva a un tempo in cui non esistevo, più lo dimenticavo. Ho frugato nell’armadio fra le borse di mamma e i rospi non c’erano più. Ho immaginato che fossero in un sacco nero, sotto le bottiglie della Peroni. In quel periodo, qualcuno mi ha regalato una palla verde da ginnasta. Ci ho giocato spesso e l’ho fatta rimbalzare contro le pareti del tinello. Un pomeriggio la palla ha colpito la foto dello zio che è finita a terra. Il vetro è andato in frantumi e io non ho provato niente. Mamma ha recuperato la foto ancora dentro la cornice e l’ha rimessa dov’era, così, senza lo schermo. Negli anni la figura di mio zio si è gonfiata nel centro. Poi è sparita, da un giorno all’altro. Per molto tempo a venire, avrei continuato a colpire il muro con la palla nel punto in cui la sagoma della cornice aveva ritagliato un alone.
L’estate dopo la morte dello zio, eravamo tutti a casa dei nonni. Parlavamo della vedova e ognuno diceva la sua.
«Non lo amava più».
«Non lo amava abbastanza».
«Non l’ha mai amato».
«Amava un altro».
«Amava solo sé stessa».
«Una sera c’erano tredici gradi e lei mi ha dato un golfino» ha aggiunto la mamma. Nonna ha guardato prima lei e poi me, con durezza. Passato qualche giorno, mi ha ammonito: «Le colpe sono di chi resta. Devi stare attenta con tua madre». Ho annuito, ma era come se non la riconoscessi più. Gli occhi azzurri, sgranati, mi erano estranei quanto la foto dello zio che avevo rotto.
Un paio di anni più tardi, io e mamma siamo andate insieme al centro di salute mentale. Nel tragitto verso la piazza sono tornata ad amarla un po’. Ho ascoltato i tacchi picchiettare e le ho stretto la mano con forza. Le guardavo le scarpe, fremevo e l’amavo. Tacco, punta, fetta d’asfalto.
Alla dottoressa, mamma ha parlato del fratello suicida. «Fabbricava anelli con il fil di ferro. Li ha fatti anche per la bambina» le ha detto indicandomi.
Da allora sono trascorsi anni pieni di dosatori in gomma, gocce, tacchi e punte. Mamma si metteva il kajal sotto gli occhi e qualche volta piangeva. Il cappotto bianco è rimasto nell’armadio, poi un giorno è sparito come mille altre cose.
La dottoressa, intanto, se n’era andata e il centro era cambiato. Non c’erano più i fondi, aveva detto papà.
Mamma ha smesso di andare alle visite programmate e ha gettato nei rifiuti tutti gli album e le foto che c’erano in casa. L’ho odiata. Si era scavata intorno una trincea di penombra. Sepolta nel letto matrimoniale sfatto, non ci minacciava più con il cappotto, ma con la vestaglia. Prima o poi avrebbe detto: «Resto in questa casa, capito? Ci resto per sempre».
All’arrivo dell’estate, prima che mia nonna morisse, gli altri miei zii hanno parlato del fratello morto. La vedova si era già risposata. Dicevano che non era mai stata la donna giusta per lui, che lo avevano sempre saputo. Ho ricordato una foto che stava in uno degli album gettati via dalla mamma. C’era lo zio con una ragazza di nome Claudia. Le donne di mio zio non erano mai state belle. Neppure lei lo era, nonostante il bianco e nero le illuminasse il viso. Aveva un foulard annodato sotto il mento che l’invecchiava. Lui l’aveva lasciata perché lei gli aveva visto un’ombra, negli occhi, e gli aveva suggerito di andare da qualcuno che gliela estirpasse. Da un esperto, aveva precisato. Pare che a mio zio le ombre non piacessero per niente e che non volesse nemmeno sentirne parlare. Mamma si ricordava di Claudia e diceva che la colpa è di chi ti mette le cose in testa. Il buco nero non te lo scavi da solo e il male è negli occhi di chi guarda.
«E la moglie?» le ho domandato.
«Era come quell’altra, come Claudia» ha risposto mamma. «Il mondo ne è pieno. Anche tuo padre ogni tanto è come lei. Anche tu». Rabbrividivo e aspiravo un odore di polvere secca, di fine procrastinata. Un sentore oleoso di chiesa e di tomba.
Un giorno mamma ha sospirato: «Ma che vivo a fare». Ha fumato l’ultima Muratti del pacchetto ed è svenuta nel bagno.
Nei mesi in cui è rimasta in ospedale ho pensato all’estate di qualche anno prima, quando frequentava il centro. Gli assistenti sociali avevano organizzato una vacanza a Lavagna e mamma ci era andata. Al ritorno aveva addosso l’odore acidulo che emanava quando c’eravamo tutti, quando lo zio veniva al mare con noi, mi comprava un giocattolo verde e lei lo abbracciava. Durante una vacanza, lui mi aveva scattato una foto in cui tenevo le mani sui fianchi e la mamma, sullo sfondo, faceva la mia stessa smorfia. Credo sia stato quello il momento esatto in cui le si è formata una ruga in mezzo alla fronte. Era all’incirca mezzogiorno, l’ora precisa in cui tutte le ombre si accorciano. Si potrebbe perfino dimenticare che esistano.
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