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di Gerardo Novi

Solo nel reparto è possibile essere sinceri, qui tutti sanno come ti chiami e che sei un fallito, che la vita ti ha sconfitto. E quindi tutti sanno chi sono, sanno che sulla mia cartella c’è scritto il nome Antonio Canzaniello e che lo scorso sabato ho cercato di fare un mix di tutti i farmaci nel mobile sopra il lavatoio, sperando di chiudere gli occhi su un piacevole sogno.

E invece…

Ho solo vomitato fuori tutta l’anima per poi ritrovarmi al secondo piano di questa struttura in mattoni bianchi in via Tobino 13 a condividere la stanza dalle grandi finestre e le pareti verde marino con un argentino catatonico di nome Horacio che adora ascoltarmi parlare della trasformazione da leone a bambino di Nietzsche, del gioco del mondo di Cortazar, di quanto McCarthy riesca a farmi deprimere o di qualunque altra cosa che mi distragga dal prendermi a schiaffi in faccia, se gli infermieri non mi lasciano lividi sulle braccia per fermarmi. Intanto Maria, l’altra nostra compagna di stanza, ride come una matta mentre cerco in modo puerile di farmi del male, indossa il suo pigiama lungo e, saltando sul letto, mostra la magia del suo pube con i peli arricciati. Gli infermieri, se la beccano, fanno una sgridata pure a lei e minacciano di legarla al letto un’altra volta con le cinghie.

Anche Maria piange tanto. Di giorno sbuffa platealmente, portandosi una mano alla fronte, coi suoi capelli biondi lunghi e il suo sguardo triste alla Monica Vitti, ogni volta che io e Horacio ci immergiamo nelle nostre immersioni filosofiche, poi di notte mi sdraio sul fianco e lei viene a sedersi sull’orlo del letto, appoggia la testa sulla mia spalla, le mani tra i miei capelli, segue con l’indice la vena sul mio collo e io glielo lascio fare, mi accarezza e mi bacia come una mamma,  mostrando tutto l’amore di cui è capace, facendomi credere di poter rendere tutto questo accettabile, sopportabile.

Poi, io sempre sdraiato sul fianco, se il sonno non arriva, la guardo, lei mi guarda e ridiamo, tanto che qualcuno ci sgrida di non fare baccano.

Horacio osserva, fisico magro come un bozzolo vuoto, e approva questo nostro attacco disperato a tutta la vita che non ha il coraggio di essere abbastanza. E allora controllo se la finestra è chiusa, tengo la mano di Maria e vedo se nella vita, dall’alto del nostro secondo piano, ci possiamo fare un salto. Lei mi dice che ho il volto pallido, che devo mangiare, di saltare ci penseremo poi, ora dovrei dormire. Io annuisco, mi faccio portare a letto e lei mi rimbocca le coperte.

Forse ho la febbre.

C’ha un viso da bambino lasciato a piangere sulla ruota degli esposti e adottato dalle monache. Potrebbe essere il mio bambino, quello che, quando avevo diciotto anni, ha cercato di squarciarmi la pancia con il suo testone, taglio cesareo d’emergenza, rischiavamo entrambi la pelle ed era uscito un esserino tutto sporco e tutti polmoni per urlare al cielo e alla terra la sua presenza dal peso di tre chili e qualche grammo. Non eri tu il problema, piccolo mio, era la mamma ad avere già qualche rotella fuori posto. Volevo evitare di far impazzire anche te ogni volta che, purtroppo già lo sapevo, mi fossi scordata di darti il latte, di cambiarti il pannolino o di tirarti fuori dalla macchina sotto il sole cocente e ritrovarti tutto essiccato.

Non potevo darti e farti del bene come quelli fuori da questo letto e da questa stanza mi dicono che si dovrebbe fare. Mi ripetono che uno non uccide ciò a cui vuole bene, al massimo decidi di unirti al circo o fai altro, almeno credo, non sempre capisco cosa mi vogliono dire gli altri.

Ma ho perso il filo, di cosa stavo parlando?

Ah sì, del pupo troppo cresciuto che piange quasi quanto me. Lo hanno rinchiuso qua pensando d’aver risolto qualcosa, ma un figlio non lo getti nel mondo e speri che impari da solo a nuotare, a parlare e a pensare proprio come te. Non si fa così, ma proprio no, prima ancora che il mondo ci metta il suo zampino, perché la vita prima o poi lo colpirà, il tuo bambino, e da lì speri che si faccia le ossa, nessuno lo capisce. Forse a questo ci arrivano solo i genitori falliti o quelli che un figlio non l’hanno mai avuto.

E sento come c’hai la guerra che ti scoppia ogni giorno nella testa, io ti accarezzo e tu ti aggrappi a me con mani disperate che, piango, mi fanno pensare al mio bambino che mi cerca e non mi ha trova, le tue mani grandi da jazzista sulle mie manine, mentre ti tengo aggrappato alle lenzuola sudate e la testa di Horacio ci guarda, incorniciata dalle stelle e dalla finestra.

Lì, lo vedi?, ti sussurro, lì oltre il vetro c’è la nostra via di fuga, ma ora appoggia qua la testa, devi dormire e non c’hai una bella faccia.

Sono preoccupata.

Tremi.

Scotti.

Bruci.

Ti aggrappi.

E mi cerchi.

Tranquillo, piccolo, non me ne vado.

Pensano che sono solo un corpo. In realtà vedo e sento tutto.

Ah, e per togliere a tutti il dubbio, c’est une fille il motivo per cui sono qui, so che se lo domandano tutti i medici, fanno scommesse nella sala riunioni sulle mie misteriose origini, ma come fargli capire il mio tragitto improvviso dalla nebbia di Calle Bucarelli a Rue de Babylon e da lì, dopo anni di noia e perdita di tempo, con uno strano imprevisto cosmico sono finito in un aereo per seguire questo sciocco sogno dell’amore e dei baci sulla pelle di lei. L’ultima cosa che ricordo e il nostro salutarci dopo una pizza mangiata da Blues, vicino alla stazione, abbracciati su una panchina per una lunga estensione di tempo. Le baciavo le mani e tutto il volto, non le labbra, e lei rideva, rideva tanto, e prima di lasciare la presa lei mi diede un unico bacio sul collo che suscita un tremolio su tutto il mio corpo anche solo ora a ripensarci, perché, anche se l’ho ormai persa e probabilmente non immagina il mio essere qui, tutto questo non è solo un banale ricordo, è parte della mia genetica, qualcosa per cui considero questa carcassa ancora qualcosa di “umano”.

Per questo ad Antonio lo capisco.

Sottovoce mi confessa che si è improvvisato chimico per vedere quante pillole servivano per non sentire più dolore. Aveva aumentato esponenzialmente la dose fino a quella sufficiente per unirsi al mondo della nostra corsia.

Ora trema per la febbre nel letto.

Maria urla di far venire subito un infermiere, ma nessuno arriva.

Antonio inizia a mormorare, sempre più scandito, che lui è solo, che vorrebbe un bicchiere d’acqua e che il suo amato era biondo e bello come una statua greca, sempre impaziente di ritrovarlo ogni volta, lì ad aspettare il suo Achille, paragone mitologico ma anche il suo vero nome, sul binario della stazione dei treni e poi abbracciarsi e amarsi come se nulla potesse separarli mai.

E ora nulla, dice Antonio salendo di tono, al padre di Achille, fascista, non piacevano granché i froci ritardati, i nemici, i deviati, ma soprattutto che al SUO di figlioletto ariano piacesse prenderlo nel culo e succhiare cazzi e che amasse senza la sua approvazione a forma di svastica. Sei uno schifo, sei una merda, ti scuoio come un cazzo di maiale, e gli infila in cucina un coltello nello stomaco e lo lascia sul pavimento a morire dissanguato. Neanche me l’hanno fatto vedere, urla e piange Antonio, non gli ho dato nemmeno un ultimo bacio sulla fronte, non gli ho aggiustato i capelli, voglio chiedere perdono per essere ancora vivo ma non merito alcun tipo di perdono, lo so, sono colpevole di essere vivo anche se non lo voglio, vi prego, voglio stare di nuovo con lui, ridatemelo, mi manca così tanto…

Respira, per dio, respira, cerco di dirgli, e all’improvviso Maria mi guarda e il pianto di Antonio cala leggermente d’intensità. Niente miracoli e niente luce divina, ovvio, non è che mi sono alzato all’improvviso dal letto senza accorgermene, però sono riuscito a girare la testa ed emettere qualche grugnito soffocato a denti stretti. Qualcosa di quello che cercavo di dirgli è arrivato.

Più tranquilli, ci guardiamo.

Ci capiamo.

Vorrei dire a questo ragazzo e a tutti noi falliti solo questo: ce la caveremo.

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