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(foto di Stefano Di Cecio)

Con “La valigia dell’autore” proviamo a creare un racconto e una mappatura della scrittura per il teatro in italia. Drammaturghe e drammaturghi italiani di questo primo quarto di XXI secolo si raccontano, riflettendo attorno al metodo, agli incontri essenziali, all’immaginario che hanno plasmato sul palcoscenico (G.G.).

Puntata n°32 – Sedici domande a Gli Omini, compagnia pistoiese che a partire dal 2006 sperimenta una scrittura teatrale di taglio antropologico, basata sulla messa in arte del linguaggio parlato, a partire da interviste e incontri. I loro spettacoli, spesso pensati come restituzioni di ricerche effettuate su specifici territori, nel tempo hanno forgiato una scrittura teatrale originale, riconoscibile e apprezzata, dando vita a spettacoli divenuti di repertorio come La famiglia campione. Giulia Zacchini, che risponde all’intervista per la compagnia, è entrata a far parte del gruppo successivamente alla sua fondazione, assumendo il ruolo di drammaturga. La particolarità della scrittura teatrale de Gli Omini è valsa alla compagnia diversi riconoscimenti, come il Premio Rete Critica nel 2015.

Dove nasce la prima scintilla della vostra scrittura teatrale, l’idea di partenza e l’incipit: in sala o sulla scrivania?

Nella maggior parte dei casi nasce in strada. Dall’ascolto di noi stessi e dell’altro. Spesso è la frattura che si sente tra queste due forze, quella interna e quella del fuori da noi, ad accendere la scintilla. La maggior parte dei testi de Gli Omini si compongono con le parole delle persone incontrate per caso, nelle scuole, in stazione, nei piccoli paesi in cui facciamo le nostre incursioni lampo. Assorbiamo gli umori, ci lasciamo usare da chiunque come fossimo dei confessori molto laici, trascriviamo i racconti orali rispettando tutte le storture della lingua e del pensiero di chi circola fuori dalla nostra bolla, tra la gente che popola il mondo di periferia, accumuliamo e accumuliamo, campioniamo, per poi fare una personale sintesi e restituire la nostra visione delle cose tramite il montaggio e la drammaturgia. Gli spettacoli che non appartengono a questo filone fortemente antropologico, nascono spesso dalle idee che rimbalzano in Segheria, la nostra sede, che è un po’ la nostra casa. Lì, nella zona industriale di Pistoia, dentro una falegnameria attiva, passiamo il tempo con Luca e Francesco, tentando di scambiarci idee, interrotti di tanto in tanto da gente che entra chiedendoci un preventivo per le finestre, valutando desideri e possibilità dei singoli e della compagnia e partendo dall’assunto che lo spettacolo che ne verrà fuori, dovrà entrare in una station wagon. Anche le limitazioni a volte fanno la scintilla.

Come funziona la parte di scrittura in solitaria? Dove scrivete? Quante ore al giorno? Avete una routine?

Rispondo come Giulia: purtroppo non ho una routine e spesso a dettare i tempi sono le scadenze. Fortunatamente i ritmi forsennati di scrittura imposti dal metodo omino mi costringono ad essere spesso sotto pressione, condizione ottimale per la mia anima da mulo. Scrivo dappertutto, a seconda delle esigenze. Basta un tavolo per appoggiare il computer e il mio quaderno. Anzi no, a volte ho scritto anche su un letto per mancanza di spazi. Questa domanda mi porta alla mente una quantità di appartamenti muffiti e bar e stanzoni polverosi con striscioni che augurano il buon anno di dieci anni fa, che faccio fatica a non distrarmi.

Come funziona la revisione dei testi? Sono influenzati dal lavoro in sala? Riscrivi scene che vengono provate?

La revisione dei testi è continua, infatti ho un hard disk pieno di file con nomi tipo STAMPA_COPIONE_3000. La prima lettura è sempre una bozza per me, il momento della prima condivisione, per aprire la discussione a tavolino, sentire come suonano le battute, aggiungerne una e toglierne tre. Le scene vengono riscritte, scomposte, spostate, grazie alle prove con gli attori che sono autori quanto me degli spettacoli de Gli Omini.

Carta o computer? Che differenza c’è per te? Il mezzo influenza la scrittura?

Parto dalla carta. Quaderno e lapis sono i miei strumenti preferiti per iniziare a prendere appunti, segnare le parole chiave, i titoli dei pensieri, immaginare gli spazi, mi dà un senso di concretezza, quella pagina che posso maneggiare, mi fa vedere la direzione da seguire e mi aiuta ad iniziare a scrivere. A quel punto, molto presto dunque, interviene il computer, per praticità, velocità, possibilità di condivisione con il gruppo.

Avete dei rituali per la vostra scrittura? Scaramanzie?

Abbiamo un rito ormai in compagnia, lo chiamiamo “Lo schemone”. In Segheria c’è una vecchia lavagna salvata da una scuola che passava alla LIM. Ogni volta che stiamo per scrivere uno spettacolo, prendo un gessetto, segno una linea dritta orizzontale al centro, che sarà la linea temporale dello spettacolo. Poi inizio a tracciare le linee verticali e a riempire ogni spazio che si crea tra l’una e l’altra con titoli, frasi, disegnini, simboli comprensibili solo agli interni. Lo schemone rimarrà lì, finchè il testo non sarà pronto per la stampa (stampa 3000), a ricordarci la linea che stiamo seguendo. Ma la scaramanzia con questo non c’entra nulla. Forse.

Qual è il testo teatrale che nella vostra carriera ha rappresentato il momento di svolta? E perché?

Non sento di aver svoltato, anche se ci sono diversi spettacoli che sanciscono la fine di un periodo e l’inizio di un altro nella mia vita personale e lavorativa. Se parlo dalla mia prospettiva citerei L’Asta del Santo, che è stato lo spettacolo che mi ha fatto fare il primo passo dentro quella che poi sarebbe diventata la mia compagnia, quindi forse, nonostante sia il testo meno testo che c’è, così soggetto all’improvvisazione e così giocoso com’è, è quello della vera svolta per me. Era la prima volta che lavoravo con mio fratello Luca e il periodo di creazione me lo ricordo come uno dei più felici, uno scambio continuo, un’immersione totale dentro le agiografie, io scrivevo e lui disegnava e la dimensione comica, più di sempre, stava dentro la creazione. Poi però voglio ricordare anche La famiglia Campione, che ci ha fatto fare uno scarto ed è entrata letteralmente nel nostro vocabolario quotidiano, tanto che a dieci anni dal suo debutto, nonostante sia cambiata anche la composizione della compagnia, abbiamo deciso di riportarla in giro, andando contro ogni legge di mercato odierno

A quale dei vostri testi sei più affezionata? E perché?

Se durante la scrittura di un testo tendo a non affezionarmi a niente per essere sempre pronta alle modifiche; una volta che lo spettacolo è pronto diventa un inseparabile fedele compagno da curare e proteggere, da far crescere.

Quale dei vostri lavori è stato il più difficile? E perché?

Tutti sono stati difficili e ognuno per i suoi motivi. Ci sono quelli che hanno generato scontri dentro la compagnia, quelli che mi hanno devastato emotivamente per i materiali emersi nella ricerca, quelli che non riuscivano a trovare la propria forma, quelli che non sono riusciti a trovare la propria circuitazione. Eppure tutti hanno formato pezzi della mia persona e della nostra crescita.

La scrittura e il vostro metodo sono cambiati nel tempo? Come?

Il metodo di ricerca de Gli Omini è rimasto fedele alle sue origini, ma siamo cambiati noi, sia nell’approccio alle persone che incontriamo, sia nella scrittura e le due cose vanno di pari passo. È come se si cercasse di andare sempre più in profondità, nonostante la nostra antropologia di “superficie”.

Cos’è per te oggi la drammaturgia? Di cosa deve occuparsi? Cosa la distingue dalla letteratura e dalla scrittura per il cinema?

Per me la drammaturgia oggi è lotta. In un mondo che ci vuole sempre più soli e meno capaci di immaginare, che ci allontana passo dopo passo dallo spirito critico, ci rende più distratti e alla costante ricerca di stimoli, la drammaturgia è un mezzo di contrasto, che mette in evidenza le patologie della contemporaneità e permette di vedere oltre l’apparenza. Può occuparsi di tutto, basta che tocchi dei tasti in cui ci si possa riconoscere come esseri umani, per sentirsi meno soli. Le parole del teatro sono diverse da quelle della letteratura e del cinema, perchè sono diversi i linguaggi. Il cinema ha la fortuna delle immagini, che spesso sostituiscono le parole, la letteratura ha la possibilità di sviluppare pensieri e immagini attraverso una lingua che non deve essere parlata, ma letta. Il teatro ti costringe a restringere il campo e ad essere sempre davanti al pubblico, insieme al pubblico.

Quali sono i testi teatrali di maestri” che ti hanno influenzato o che hai amato di più?

Non credo di essere stata influenzata da testi teatrali, più per una colpa che per un merito, sento di aver subito maggior contaminazione dal cinema della commedia all’italiana. Ho comunque amato molto il teatro dell’assurdo e mi sono particolarmente affezionata a La cantatrice calva di Ionesco, così come alla patafisica dell’Ubu Re di Jarry, ma anche a Pinter, di cui cito Party Time. E poi il Cioni Mario di Gaspare fu Giulia di Benigni e Bertolucci. Insomma, più spesso testi che fanno ridere, mentre ti scavano una piccola voragine.

Quali sono gli spettacoli importanti della tua vita di spettatrice?

Il primo che mi viene in mente è The Valley of astonishment, l’unico spettacolo di Peter Brook che ho avuto la fortuna di vedere, per altro il suo ultimo. E in questo caso non parlo solo dello spettacolo in sè, che comunque mi fece tornare a casa pensando di aver trovato la perfezione in una miriade di momenti, ma dell’emozione dell’attesa, della gioia provata nel sapere che un maestro tanto illuminante venisse sotto casa mia, al Funaro di Pistoia, al tempo centro culturale indipendente. E poi tutti quegli spettacoli in cui ho riconosciuto la bravura degli interpreti, senza ostentazione e la bellezza del testo senza ricorrere ad astuzie. Penso a Scimone/Sframeli, Punta Corsara, Tindaro Granata.

Cosa non deve mai fare un’autrice/autore teatrale?

Parlare di cose che non conosce e a cui non sente un attaccamento, solo per rispondere alle domande delle mode, dei bandi e del mercato. Credere nel testo così tanto da non ascoltare gli attori. E un’altra cosa che cerco sempre di evitare è il ricatto morale al pubblico, l’estorsione delle emozioni tramite la tecnica. Lo spettatore deve rimanere libero.

Cosa non può mancare in un testo teatrale che consideri ben fatto?

Non può mancare la sostanza, oltre la forma e il pensiero verso il pubblico. Non ci si può dimenticare l’essenza del teatro.

Si può davvero insegnare a scrivere un testo teatrale? Fino a che punto?

Non lo so, io di certo non mi sento in grado di insegnare e credo di avere ancora tanto da imparare. Sicuramente Gli Omini mi hanno passato un metodo, sono stati i miei veri maestri e la mia continua palestra. 

Se vuoi, aggiungi una tua riflessione.

La maggior parte dei testi che abbiamo scritto con Gli Omini, sono nati per andare in scena una sola volta, in un posto specifico, davanti a un pubblico che si sente fortemente rappresentato, perchè parte di una comunità che ha partecipato al processo di creazione. Dentro questa folle idea c’è la volontà di portare a teatro anche quelli che “io a teatro ce so’ entrato solo una volta, pe’ imbiancà”. Uscire dalla nicchia, prestare ascolto. La nostra non è drammaturgia, forse più un’azione sociale e politica. Infatti una suora, dopo aver visto il nostro ritratto di Andria ci si avvicinò per dirci: “Quindi anche voi avete una missione”. 

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Autore

grazianograziani@minimaetmoralia.it

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l'opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d'eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell'Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch'esso Stati d'Eccezione.

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