Pubblichiamo un estratto da “L’arte rotta” di Christian Caliandro, in uscita oggi per Castelvecchi. Il volume inaugura “Fuoriuscita”, nuova collana d’arte contemporanea curata dallo stesso Caliandro.
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di Christian Caliandro
Primo febbraio 2021. La teoria sulla “sporta del narratore” che Donna Haraway in Chthulucene mutua da Ursula K. LeGuin è un modello di apertura che ci spiega molto bene il senso del cambiamento di paradigma che stiamo affrontando. Apertura come rinuncia al vecchio modello in cui l’eroe, il cacciatore era il protagonista assoluto della storia, di ogni storia, e come accoglimento, inclusione di elementi e aspetti (la fionda, la pignatta, la bottiglia) che cessano di essere secondari o strumentali nell’economia della narrazione e che assumono invece il ruolo di co-protagonisti, di co-creatori.
Apertura dunque come disponibilità all’imprevisto: cioè a modificare in profondità la logica con cui interpretiamo la realtà. Nell’ambito dell’arte, questo significa adottare un’orizzontalità che finora era in qualche modo preclusa, e quindi per esempio comprendere come l’opera abbia a disposizione un campo di possibilità molto più ampio e ricco rispetto a quelle garantite dalle strategie basate sul display.
L’opera che rientra in una logica meramente “espositiva” accetta infatti che il pubblico resti tale, e che l’unica e sola relazione possibile con esso sia quella del consumo (che non è una relazione, al massimo un simulacro di relazione): esattamente ciò che dieci mesi di virus hanno messo in crisi, o meglio, ciò di cui hanno rivelato esplicitamente la crisi.
È evidente infatti che l’aspetto dell’opera d’arte negli ultimi decenni – l’aspetto cioè di ciò che l’arte contemporanea è stata ed è, del ruolo che svolge e delle istanze a cui risponde e corrisponde – sia inscindibile da tutto ciò che forma il suo “contesto”, il sistema così come si è articolato a partire dagli anni Sessanta e Settanta, le istituzioni, le fiere, gli eventi, il mercato globale: in una parola, il “mondo dell’arte”.
Pensare che questo mondo dell’arte sia stato semplicemente il veicolo, l’infrastruttura di trasmissione per un’opera che si è evoluta e trasformata secondo criteri propri e indipendenti, è ovviamente un’illusione: il mondo dell’arte ha invece modellato l’opera e le sue caratteristiche, e l’opera si è adattata a particolari esigenze. I meccanismi di distribuzione e ricezione hanno cioè largamente influenzato il territorio della produzione.
Il problema è che le “particolari esigenze” a cui l’opera d’arte si è largamente adattata nell’arco di questi decenni rientrano nel racconto dalla parte dell’eroe di cui parlano Haraway e LeGuin – non si rivolgono affatto (tranne eccezioni) all’orizzontalità implicata dalla teoria della sporta. Nel momento in cui osserviamo venire meno per un periodo piuttosto lungo i fattori che compongono tradizionalmente il contesto dell’arte contemporanea, la sua mediazione, il vuoto che si viene a creare – e che può essere anche angosciante – smette gradualmente di essere tale, di essere percepito cioè in quanto vuoto:
O forse – idea ancora peggiore per l’eroe – come fanno queste cose concave e svuotate, questi buchi nell’Essere, a generare sin dall’inizio storie più ricche, particolari, piene, impossibili da categorizzare, capaci di progredire, storie che danno spazio al cacciatore ma che non raccontavano e non raccontano di lui, l’umano che si fa sé, la macchina della storia che crea l’umano? (1)
Le «cose concave e svuotate» sono esattamente quelle che compongono il mondo fuori dal mondo dell’arte, la vita fuori dal sistema in cui le opere sono posizionate e dialogano in modo artificiale. Ancora una volta, questo processo inizia a risultare evidente ora, per le condizioni che si sono create nell’arco di questi dieci mesi, ma era già largamente in corso.
È per questo in fondo che la sospensione, la dissociazione, la perdita di senso che stiamo attraversando (consapevolmente o inconsapevolmente, volentieri o riluttanti) è così importante e non va rimossa né sprecata: perché ci permette di concentrarci su quell’apertura, su quell’orizzontalità e su quella disponibilità che sono fondamentali per allargare il racconto, per ampliare il respiro del racconto artistico e orientare in senso radicale l’efficacia della sua riflessione.
Ciò che può essere messo in discussione in questo momento non è semplicemente l’aspetto esteriore, ma la struttura interna che ha dato forma per lungo tempo a questo aspetto: una struttura gerarchica, elitaria, esclusiva, patriarcale ed espressione di società neoliberiste. Come afferma J.J. Charlesworth in una recente conversazione con Liam Gillick,
ciò richiederebbe una visione molto differente dello scopo dell’attività artistica, e della natura della libertà culturale in una società che diventa sempre meno libera. Forse serve un consiglio di amministrazione che dica, ‘questo sistema non funziona più, buttiamolo giù e proviamo qualcosa di diverso’: ma ne dubito. Avrebbe molto più senso se fossero gli artisti a dirlo. E allora, la tua domanda su ‘che cosa costituisce un artista contemporaneo’ torna in gioco. (2)
8 febbraio 2021. Tra tutti i mondi culturali, quello dell’arte contemporanea sembra il più in difficoltà nell’elaborare riflessioni e (prime) risposte a quello che ci è accaduto e che ci sta accadendo – a una situazione che ormai non è più tanto nuova, visto che è passato quasi un anno.
Come spesso si è detto, le trasformazioni a cui stiamo assistendo sono profondissime, e come tutte le mutazioni importanti sono in gran parte invisibili. Sommerse. Inedita in larga parte è la percezione del tempo, per esempio, così come quella dello spazio; il concetto – e la pratica – di relazione non è (più) quello a cui eravamo abituati. E così via.
Ciò che è nuovo, soprattutto, mi sembra la sensazione di irrealtà che caratterizza più o meno tutti i tentativi di far funzionare le cose come prima: la sensazione cioè di non essere e di non trovarsi più nello stesso posto, per così dire. Di una recita, di una finzione. Si è verificato dunque uno spostamento, uno scarto, uno scivolamento importante – ma l’arte sceglie di provare ad aggirarlo attraverso la strategia del rinvio. Si continuano a rimandare ormai da mesi eventi e appuntamenti, nella speranza che prima o poi la situazione si sistemi, si aggiusti.
Ma che vuol dire rinviare pur di non fermarsi a riflettere e a interpretare? È come se, pur di salvaguardare in tutto e per tutto i modelli precedenti, si preferisse in ogni modo sottrarsi all’analisi critica della situazione attuale, che si allunga dal presente nel futuro. Ma il compito principale dell’arte e della cultura non è proprio quello di costruire questa analisi critica, questa riflessione? Se le uniche preoccupazioni riguardano il quando e il come riprendere le modalità in vigore prima, i medesimi schemi e modelli, è evidenza che qualcosa non funziona. Riaprire o non riaprire gli spazi istituzionali, riaprirli stabilmente: questo pare in fondo essere il pensiero dominante, come se fosse unicamente una questione di contenitori, e poi quello che ci metti dentro va bene comunque…
L’arte intesa come mondo culturale dovrebbe abbracciare questo momento, cogliere l’opportunità di un ripensamento radicale dei propri orizzonti pratici e teorici. “Pensare, pensare dobbiamo”, scriveva Virginia Woolf: allora, occorre per esempio cominciare a pensare che proprio quei modelli che si vogliono ripristinare a tutti i costi erano già ampiamenti disfunzionali prima della crisi attuale, e che semplicemente avrebbero rivelato questa disfunzionalità in un arco di tempo più lungo. L’arte può così re-immaginarsi come servizio, riflessione e critica.
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(1) Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, Roma 2019, p. 64.
(2) Liam Gillick, J.J. Charlesworth, Is This The End of Contemporary Art As We Know It?, «ArtReview», 29 September 2020: https://artreview.com/is-this-the-end-of-contemporary-art-as-we-know-it/.
Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021).
