C’è un ragazzo che vive a Firenze, dove lavora come medico anestesista e che ogni anno prende le ferie nella prima settimana di agosto per poter raggiungere Albenga, dove, insieme a tantissime altre persone, giovani e meno giovani, lavora come volontario al Festival Terreni Creativi. Questa storia, tra le tante, dà l’idea di quanto il festival organizzato dalla compagnia Kronoteatro e giunto quest’anno alla dodicesima edizione, rappresenti un unicum nel panorama teatrale italiano: una salda rete umana di persone che tiene insieme una importante rassegna teatrale all’interno delle aziende agricole locali.
“Il nostro festival è legato alla parte produttiva del territorio, dal momento che la Liguria non gode di una politica culturale adeguata; tutto succede a Genova, che a sua volta rimane comunque molto ai margini del discorso nazionale. Questa parte di territorio è isolata da sempre” afferma Maurizio Sguotti, direttore artistico della kermesse, “anche per questa ragione è fondamentale per noi poter contare sul sostegno delle persone, ciascuna delle quali dà il proprio contributo, c’è chi si occupa del servizio, chi delle cucine, il festival è la casa di tutti”.
Oggi Terreni Creativi è il luogo del teatro, della musica e della danza, un luogo non solo di intrattenimento ma anche di dibattito e confronto; anche per questa ragione risulta incomprensibile il recente rifiuto da parte del Mic, Ministero della Cultura, per la richiesta di finanziamento come prima istanza per le manifestazioni multidisciplinari, con una valutazione della commissione tra le più basse.
“Noi lavoriamo al di fuori delle grandi istituzioni, in luoghi marginali alle città e ai centri di potere della cultura: questa è la nostra storia, un po’ il nostro tratto distintivo” continua Sguotti “A seguito del Covid abbiamo perso lo spazio teatrale di cui disponevamo, ma siamo riusciti subito ad individuare uno spazio comunale da ristrutturare. Ci attende dunque la realizzazione di questo piccolo teatro di 110 posti, dotato anche di uno spazio esterno dove poter fare spettacoli. Adesso questa è la nostra priorità”.
È a Terreni Creativi che ho incontrato Marco D’Agostin in scena con BEST REGARDS, un assolo vertiginoso, un saluto per l’amico coreografo e performer Nigel Charnock, uno dei fondatori dei DV8- Physical Theatre, morto nell’agosto del 2012.
“BEST REGARDS è la lettera che scrivo, con otto anni di ritardo, a qualcuno che non risponderà mai. Ogni lettera viaggia da un presente a un altro che potrebbe non trovare ad aspettarla. Da questo presente io rivolgo a tutti gli spettatori lo stesso invito: cantiamo assieme di una nostalgia che ci riguarda, noi che non siamo arrivati in tempo per dire quello che volevamo.
All’ombra del tempo scaduto, e sotto la luce che Nigel continua a proiettare sulla scena di chi oggi danza, facciamo risuonare un ritornello martellante, spieghiamo di fronte ai nostri occhi un foglio bianco e chiediamoci: come la cominciamo, questa lettera impossibile?
Nell’era della messaggistica istantanea hai deciso di porre lo sguardo su un tipo di relazione temporalmente molto scollegata dal presente: il rapporto epistolare. BEST REGARDS è soprattutto una riflessione sulla tempistica complicata di un dialogo che si consuma per lettera. Com’è nata l’idea?
L’idea di utilizzare la lettera come formato e motore deriva da un motivo biografico: sono stato un bambino che ha amato molto le lettere, riceverle e scriverle, ma sono molte di più le lettere che ho tenuto per me rispetto a quelle che ho effettivamente spedito e fatto arrivare al destinatario. La lettera è sempre stata per me un dialogo con me stesso, con i miei desideri, con la mia urgenza comunicativa, prescindeva quasi dalla persona a cui era indirizzata. La lettera era quasi una forma diaristica. Inconsapevolmente si è quindi depositata in me l’idea che la lettera costituisse un qualche margine di rischio. Quando poi ho deciso di risarcire il passaggio della presenza di Nigel nella mia vita e che l’idea di una lettera che non poteva mai arrivare fosse la forma giusta per farlo, allora si sono inserite altre considerazioni, tutte le riflessioni di stampo più intellettuale quelle che condivido inizialmente con il pubblico legate al ritardo che la lettera richiede, ritardo dal momento in cui l’urgenza comunicativa trova una forma scritta e il momento in cui quel messaggio arriva a destinazione. Un tempo, un ritardo che è fuori controllo e che può essere ricco di ostacoli, non ultima la morte.
Tu hai conosciuto Nigel Charnock nel 2010. Cosa conservi di quel primo incontro?
Ho conosciuto Nigel a Bassano del Grappa nel 2010 in un workshop eccezionalmente divertente, pieno di momenti di grande leggerezza e ricordo lui, ricordo la sua estrema timidezza quando entrava in sala e preparava i suoi quaderni e la musica per la giornata, la sua energia strabordante quando doveva guidarci in queste danze assolutamente scollate da un obiettivo e da una ricerca, che puntavano all’idea di piacere. Il ricordo che conservo di quel primo incontro era la volontà di Nigel di riconnettere i partecipanti di quel gruppo a un’assoluta idea di piacere.
Quando parli della danza di Charnock affermi che la sua arte incarna quello che David Foster Wallace definiva “failed enterteinment” e, in effetti, il tuo spettacolo sembra un po’ richiamare certe atmosfere wallaciane, con esplosioni ipercinetiche e affondi in baratri emozionali. Come prendono vita le coreografie di questo spettacolo?
Wallace le citazioni le nascondeva molto meglio nella sua scrittura rispetto a quanto non abbia fatto io in BEST REGARDS, in cui invece i ritagli di giornale e di diario di questo piccolo bambino che viene evocato e che sono poi i materiali del suo ideale numero di intrattenimento eseguito e performato davanti allo specchio, questi ritagli sono molto più evidenti.
È molto complessa la genesi di questa coreografia. È legata all’evocazione del fantasma di Nigel. Non una evocazione di stampo spirituale, ma piuttosto ho lavorato molto sull’idea di una carne, la mia, quella del mio corpo, fantasmatica che si presti letteralmente ad essere attraversata dalle memorie di Nigel e insieme alle memorie di me bambino e di tutti bambini che di fronte allo specchio in ogni piccola cameretta si divertono a immaginare e performare il mondo ogni giorno. Direi che parte da un affondo sull’idea del ricordo come motore di movimento.
Le tue performance generano sempre un grande coinvolgimento emotivo nel pubblico. Penso, tra gli altri, a First Love, meraviglioso tributo alla campionessa Stefania Belmondo. Questo aspetto, l’elemento emotivo, il “too much” che ricorre nel tuo lavoro, si pone un po’ in controtendenza in un contesto, quello della danza contemporanea, che tende invece ad una pulizia dei sentimenti e quasi una esaltazione di sequenze sempre più essenziali e asettiche.
Questo elemento è spesso considerato un grosso limite dei miei lavori; mi è capitato di aver ricevuto delle critiche per la sfacciata frontalità e per una scarsità di tridimensione e un vocabolario gestuale molto pieno di segni. Mi capita spesso di rinunciare a quel meraviglioso potere che la danza può avere, la sublime astrazione di raccontare senza usare gli stilemi e le regole del racconto. Io sono continuamente alla ricerca del pubblico e dello sguardo del pubblico e questa mia volontà, ovviamente, mi impedisce di essere un certo tipo di autore di danza e lavorare su altro. Questo “altro” per me è l’idea di non perdere mai la più grande occasione, probabilmente l’unica e l’ultima che il teatro ci dà, cioè l’idea che qualcosa accada nel tempo presente in un passaggio di informazione tra il performer e lo spettatore. Questa cosa, però, deve essere affrontata molto seriamente, perché esiste un enorme luogo comune sul teatro come forma d’arte effimera del qui e ora, ma io non credo che siamo veramente consapevoli di come questo possa essere usato come uno strumento in scena. Non basta che qualcosa accada sul palco e qualcuno lo guardi, serve qualcosa di molto più profondo, per me serve che le maglie della drammaturgia di uno spettacolo e le maglie di una sensibilità di un interprete si aprano a un contatto diretto con quello che accade in platea, a un contatto che chiaramente è sempre immaginazione, è sempre fantasia, sempre un esercizio di speculazione, di intuizione, ma da questo esercizio di divinazione che accade nel cuore dello spettatore, la danza, il corpo, il cuore di chi è in scena cambia.
Oggi sentiamo spesso evocare, soprattutto in ambito artistico, la necessità di mentori, mi verrebbe quasi da dire di “padri”, ma è davvero una necessità di cui si sente il bisogno?
Viviamo un momento in cui molti artisti della mia generazione, molti di noi, se non tutti, vogliono sovvertire questo verticismo, questo rapporto verticale di trasmissione da un maestro che è più grande di noi e che ha qualcosa da insegnare a qualcuno che solennemente accetta il suo insegnamento. Io non credo a questo tipo di rapporto, Nigel non rappresentava questo per me, semplicemente perché lui non nominava mai se stesso come un maestro, e io e tantissimi artisti e artiste della mia generazione, cito su tutti Chiara Bersani, stiamo ragionando su forme liquide, orizzontali di collaborazione che vadano a smussare una idea di autorialità individuale vecchia, stantia, molto pericolosa e fragile da difendere. Mi piace, inoltre, ricordare le bellissime parole con cui si apre Setta, il libro summa del pensiero scolastico di Claudia Castellucci, in cui lei invita gli adolescenti a creare una scuola e ci ricorda che una scuola si crea dal modulo minimo di tre persone: due che decidono di essere scolari e uno che decide di essere scolarca, ma chi fa lo scolarca non ha necessariamente un’esperienza in più rispetto agli altri, semplicemente si pone fuori per guardare, per testimoniare.
Stai lavorando a nuovi progetti?
Saga è il primo progetto in cui lascio la scena a cinque interpreti, che debutterà a Torino Danza il 18 e 19 ottobre, sebbene sia già stato presentato a Parigi a inizio giugno, mentre il prossimo anno lavorerò a un assolo per Marta Ciappina.
Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.
